19.12.2018

Aggiornato:   28/11/2018 18:46:02 Registrati | LoginPassword persa? | Newsletter |


Capestrano, la storia

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Capestrano (AQ), borgo medievale in provincia dell’Aquila, situato su una collina a 500 m slm. Si affaccia sulla valle del Tirino, il suo territorio ha un’estensione di Ha 4308 di cui 2521 ricompresi nel perimetro del Parco Nazionale Gran Sasso e Monti della Laga. Ha una popolazione di 960 abitanti, distribuiti nel copoluogo e nelle frazioni di Capodacqua, S.Pelagia e Forca di Penne.
CENNI STORICI
Il primo documento in cui è citato il nome di Capestrano risale al 1284 allorquando Carlo I donò i territori di Capestrano, a Riccardo Acquaviva di S. Valentino. Tuttavia la valle del Tirino, grazie all’abbondanza di acque e alla sua posizione, facilmente difendibile, era abitata già dal neolitico, come testimoniano i numerosi reperti ritrovati presso le sorgenti di Capodacqua. Testimonianze della continuità di stanziamenti fino all’epoca italica si hanno con il ritrovamento del “GUERRIERO DI CAPESTRANO” e della necropoli che si trova nella valle. Particolarmente fiorente, era nell’epoca romana, la città di “Aufinium” a ridosso della Claudia Nova che collegava l’Adriatico con la Sabina, e partendo da “FORULI”, passando per “AMITERNUM “, “AVEIA ” e “PELTUINUM ” arrivava alla confluenza del Tirino con l’Aterno Pescara. Fu costruita probabilmente sul tratturo che già si utilizzava in epoca italica. Nel Medioevo vi erano insediamenti abitativi in Capodacqua, S.Pelagia e Presciano alle dipendenze dell’abbazzia di S.Pietro ad Oratorium. alle scorrerie saracene, le popolazioni abbandonarono le “Ville ” e si ritirarono sulle alture costruendo per difendersi rocche e borghi fortificati. Nacque così, un borgo sopra Presciano “Caput Presanum” da cui l’Antinori fa derivare il nome di “CAPESTRANO” mentre secondo il Chiappini, lo stesso deriverebbe da “Caput trium amnium” capo di tre sorgenti in riferimento alle tre sorgenti che alimentano il fiume Tirino. Nel 1284 Carlo I d’Angiò, in segno di riconoscimento per la fedeltà dimostrata nella conquista del regno di Napoli, trasferì la padronanza del territorio della valle del Tirino a Riccardo d’Acquaviva di S. Valentino. Tale dominio durò fino al 1318 quando Carlo III, occupato il regno di Napoli cedette il territorio di Capestrano al milite fedele Pietro da Celano. Nel 1435 il Marchesato passò da Nicola alla figlia Jacovella (Cobella) da Celano vedova di Odoardo Colonna, la quale passò a nuove nozze prima con Giacomo Caldora e poi con Leonello Accrocciamuro. Da quest’ultima unione nacque Ruggerone che combatté per Fortebraccio da Montone. Con la vittoria di re Ferrante a Ruggerone, che si era schierato per Giovanni d’Angiò, fu tolto il marchesato di Capestrano e venne dato, il 12 ottobre 1463, ad Antonio Todeschini Piccolomini duca d’Amalfi e nipote del papa Pio II. I suoi successori furono Alfonso, Alfonso II, Innico e Costanza. Quest’ultima, impelagatasi di debiti per la costruzione di S. Andrea della Valle in Roma, si impegnò con Antonio Cattaneo le terre di Capestrano e della baronia di Carapelle per 96.000 ducati con il diritto di ricompera, cosa che avvenne dopo 10 anni. Rivendette le stesse per 106.000 ducati a Francesco dei Medici granduca di Toscana. Finiva così nell’anno 1569, il dominio dei Piccolomini sul territorio di Capestrano
Nel castello ancora oggi è ben visibile il loro stemma formato da 5 mezze lune in croce sormontate da una corona. Nel 1585 Francesco dei Medici assegnò il territorio ad Antonio suo figlio naturale, priore di Pisa, e perciò detto principe Antonio. Per questa circostanza il titolo di Marchesato si cambiò in quello di Principato. Nel 1595, succedette nel Principato, Ferdinando dei Medici granduca di Toscana poi Cosimo II e in seguito Francesco che, volle scritto sulla sua tomba ” Princeps Capestrani”. Nel 1613, era governatore del principato di Capestrano Alessandro Tassoni. Nel 1614, era divenuto Signore del principato di Capestrano, Carlo dei Medici al quale succedette nel 1666 Francesco Maria. Ultimo dei Medici principe di Capestrano fu Giovan Gastone. Nel 1743 il principato di Capestrano e la baronia di Carapelle passarono a Carlo di Borbone. Capestrano fu promossa Città e così registrata nei vocabolari politici e militari del regno.

IL CASTELLO PICCOLOMINI

Castello Piccolomini

Il castello, ampliato da Antonio Piccolomini intorno alla metà del 1400, era custodito nel 1485 da un certo Altobello. La torre quadrata, presente all’interno, risulta in posizione anomala rispetto alla struttura dello stesso e, si presuppone, sia stata un “mastio” di un più antico recinto fortificato. Nella costruzione furono evidentemente sfruttati gli appigli del terreno perciò esso presenta un andamento irregolare. L’edificio residenziale ha la forma di una “L” con il lato maggiore rivolto sulla piazza del paese. Questa, fu la parte maggiormente difesa dai costruttori in quanto non aveva aperture, ed era protetta da un fossato. Con il restauro del 1924 venne realizzato l’attuale ingresso e furono aperte le finestre per dare più luce ai saloni. Sul lato opposto della piazza era situato il vecchio ed originale ingresso. La struttura dell’antica porta principale e delle mura perimetrali, a prima vista, danno subito l’idea delle difficoltà che i costruttori volevevano opporre ad eventuali nemici. Le vie di accesso erano protette da feritoie e bertesche, attraverso le quali la nostra fantasia può immaginare che si riversasse il famoso olio bollente. Protetto da un fossato e da un ponte levatoio, sostituito poi con una scalinata in pietra, si trova l’accesso che porta alla corte patronale, dove è possibile ammirare il pozzo e la bella scalinata che consente l’accesso ai piani superiori. Nel muro che separa le due corti vi è una vecchia iscrizione sepolcrale di epoca romana, essa fa riferimento a Claudio e probabilmente alla Claudia Nova, strada a lui dedicata che attraversava la valle del Tirino. IL castello e tutto il borgo erano abbracciati da una cinta muraria, l’accesso era consentito da 5 porte: Porta Parete, Porta del Sacco, Porta del Lago, Porta la Palma e Porta Castello detta anche Porta la Macchia. Il borgo ben resistette sia all’assedio portatovi da Fortebraccio da Montone nel 1423 che a quello di Pietro Navarro nel 1528 che guidava le truppe francesi contro L’Aquila. Nell’ultimo restauro del complesso sono stati recuperati due splendidi saloni divenuti oggi centro di attività sociali; vengono utilizzati anche per congressi, feste e manifestazioni culturali.

SAN PIETRO AD ORATORIUM

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Sulla sponda sinistra del fiume Tirino, all’altezza del mulino Campanella, è situata la chiesa di S. Pietro ad Oratorium. Dipendenza del monastero di S.Vincenzo al Volturno, fu il centro della vita e del potere, nella valle del Tirino dal Medioevo e per circa un millennio. Ebbe vita così splendente da attirare papi, imperatori, cardinali, principi e granduchi. Si hanno notizie dell’esistenza del monastero sin dal 752 con la bolla di Stefano II. Riedificata da re DESIDERIO nel 756 fu rinnovata nel 1100 come sta a ricordare l’iscrizione sulla porta d’ingresso “A REGE DESIDERIO FUNDATA MILLE NOCENTENO RENOVATA”. La chiesa si presenta con tre navate e tre absidi a pianta circolare le navi sono divise da sette arcate a sesto tondo su pilastri a sezione quadrata. Nel 1100 fu arricchita dal monumentale ciborio. L’abside centrale conserva preziosi affreschi risalenti all’inizio del XII sec., raffiguranti il Cristo Redentore tra gli evangelisti e i vecchi dell’apocalisse. Nella parte inferiore troviamo in nicchie la raffigurazione degli abati in preghiera. Nel mezzo della facciata, che non presenta uno stile ben definito, si trova l’ingresso principale, composto di due stipiti a fil di muro sormontati da capitelli poco sporgenti. Su di esso è poggiato un liscio architrave monolitico recante l’iscrizione del 1100. Il tutto è sormontato da un doppio arco di scarico riccamente decorato, nel cui interno è dipinta la figura di S. Pietro. Alla destra del portale è scolpita la figura di S. Vincenzo diacono mentre sul lato sinistro, vi è la figura di Davide con in mano una cartella e ancora più a sinistra troviamo il “quadrato magico”, frase palindroma che può essere letta in più modi il suo significato tradotto è “il contadino con l’aratro coltiva tutto intorno”. La chiesa fu consacrata nel 1117 da Pasquale II il quale, per l’occasione, vi portò le reliquie di S. Pietro, vietò ai vescovi vicini di celebrarvi le messe senza permesso e concesse all’abate l’uso dell’anello, dei sandali, del pastorale e delle chirotee. Divenne così, da quel momento, una diocesi nullis. Nel 1449 era comandatario di S.Pietro ad Oratorium, Pietro Francesco Piccolomini, cardinale e arcivescovo di Siena che divenne in seguito Papa col nome di Pio III. Entrando nella chiesa a sinistra del portale, vi è un lastrone di pietra raffigurante le armi dei Piccolomini inquartate con quelle di Aragona e con le armi duplicate in due scudi dei del Pezzo, proveniente dalla chiesa di S. Martino. Fu fatto incidere da Girolamo del Pezzo Napolitano, a testimonianza del restauro della chiesa avvenuto nel 1525.

IL GUERRIERO DI CAPESTRANO

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“Nel settembre del 1934, ancora una volta il caso rese alla scienza archeologica un segnalato servigio: Una statua virile, grande al vero, in pietra calcarea di cava locale, appariva allo scasso, che un misero proprietario di meno che mezzo migliaio di metri quadrati di terreno andava facendo per metterlo a vigna nella valle del Tirino, fra le tre portentose sorgenti di questo nell’altopiano di Capestrano in provincia dell’Aquila sul versante adriatico del Gran Sasso”. Così Giuseppe Moretti, della sopraintendenza delle antichità di Roma, inizia la relazione dello scavo di una parte della necropoli subito dopo il ritrovamento della statua del Guerriero di Capestrano,e così conclude “Non si tratta di quella figura generica di guerriero Italico ripetuta all’infinito ma di una figura che come ha il caratterre eroico è quasi soprannaturale, nella sua nudità, così ha accolte ed espresse tutte le reali qualità di un guerriero di razzae non di un Guerriero Italico ma.in sublimata immagine”

IL GUERRIERO ITALICO

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La statua fu rinvenuta da Michele Castagna in località “Cinericcio” da cenere quasi ad indicare un luogo di sepoltura. Il guerriero è alto cm. 209 senza la base, ha un curioso copricapo piatto con ampie tese sormontato da un cimiero, porta una maschera su volto e ha le braccia ripiegate sul ventre secondo un rituale che si ritrova spesso in figure di corredi tombali di epoca italica. Sul petto e sulla schiena sono visibili due dischi a protezione del cuore, (kardiophylax) tra le braccia stringe un’ascia ed una spada, sulla cui impugnatura sono incise figure umane e di animali. La statua è sorretta da due pilastrini, sui quali sono incise due lance, uno di essi presenta un’enigmatica iscrizione di tipo osco-umbro arcaico, “MA KUPRI KORAM OPSUT ANANIS RAKI NEVII” il cui significato potrebbe essere, secondo Fulvio Giustizia “me bella immagine fece Ananis per il re Nevio pomp[ule]io. Naturalmente numerose altre interpretazioni sono state fatte da parte di studiosi senza però arrivare ad una traduzione certa quindi, ancora oggi, l’iscrizione rimane avvolta nel mistero. Accanto alla statua risalente alla fine del VI sec. a.c., fu rinvenuto un busto di donna graziosamente adorna di monili raffigurante, probabilmente, la sua compagna in vita. Ora entrambe le statue sono esposte al Museo Archeologico Nazionale di Chieti. La leggenda racconta che appena trovata, la statua fu oggetto di burla da parte dei cittadini e venne chiamata confidenzialmente, “MAMMOCCE” (fantoccio) e tale soprannome venne dato al suo scopritore. Il guerriero per l’originalità e per la bellezza delle sue forme, è divenuto di fatto, il simbolo più rappresentativo della Regione Abruzzo

LA VITA DI S.GIOVANNI

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Tra le genti che nel 1383 vennero in Abruzzo, al seguito di Luigi duca d’Angiò, vi fu un barone di patria tedesca che prese per moglie un donna di Capestrano della famiglia D’Amico. Dalla loro unione nacque, il 24 giugno 1386, alle ore 21,00, un bambino al quale venne dato il nome di Giovanni, in onore di S. Giovanni Battista di cui, in quel giorno, ricorreva la festività. Giovanni fu battezzato nella chiesa di S. Maria del Rosario. La fantasia popolare narra alcune leggende sull’infanzia del Santo. Una di esse racconta, che nella pietra concava presente nell’aia sotto le mura del paese, appartenuta alla famiglia di S. Giovanni lo stesso consumava a volte la sua zuppa. Sin dall’infanzia Giovanni fu affiancato da ottimi educatori. All’età di 18 anni intraprese a Perugia gli studi di diritto ecclesiastico e civile. Mentre era lontano da Capestrano, in un sussulto militare di fazione gli vennero trucidati i fratelli e altri parenti e vennero date alle fiamme le case materna e paterna. Terminati gli studi fu chiamato da re Ladislao a Napoli, capitale del regno e iniziò la sua carriera come consigliere della vicaria, regio tribunale dove si discutevano i processi politici. Inviato dallo stesso re a Perugia, avamposto del regno di Napoli, fu prima giudice onestissimo e brillante e poi luogotenente del capitano del popolo. Dopo il ritiro della guarnigione napoletana, i cittadini mandarono Giovanni come messaggero di pace dai Malatesta. Essi lo fecero prigioniero e lo rinchiusero nel castello di Brufa. Tenuto a pane e acqua con i ceppi ai piedi, tentò la fuga calandosi dalla torre usando i listelli di una coperta. Ripreso fu gettato nelle cantine del castello con i piedi nell’acqua e una catena alla cinta che lo teneva addossato alla parete. Stando così tre giorni, ormai stremato, ebbe l’apparizione di S.Francesco e sulla sua testa comparve la chierica simbolo dei Francescani. Pagato il riscatto di 400 ducati riacquistò la liberta.Tornato a Capestrano sciolse il vincolo del matrimonio che aveva con una giovane capestranese, che tra l’altro non aveva mai consumato, e tornato a Perugia si sottopose ad una grande umiliazione in disprezzo delle cose di questo mondo. Si mise in testa un cappello con su scritti i suoi peccati e cavalcando un asino alla rovescia, attraversò la città raccogliendo le burla dei cittadini. Il 4 ottobre 1415 entrò nel convento di Monteripido presso Perugia. Dopo il noviziato passò al convento di Fiesole dove era guardiano S. Bernardino da Siena, divenuto poi suo maestro spirituale. Iniziò quindi suo peregrinare per molte città d’Italia e d’Europa in difesa della chiesa di Roma e per edificare conventi in onore di S. Francesco. Ottimo predicatore radunava presso di sè sempre più grandi folle, era anche un lavoratore instancabile. All’Aquila veniva spesso notato al lavoro manuale per la costruzione dell’ospedale di S. Salvatore vicino all’odierna basilica di S. Bernardino. Costruì molti conventi in Abruzzo ed iniziò anche quello di Capestrano nel dicembre del 1447. Dal 1451 il Santo dedicò la sua vita alle nazioni d’oltralpi senza più tornare in Italia. In seguito Callisto III incaricò frate Giovanni da Capestrano di sollecitare interventi militari presso principi e re europei contro la minaccia dei turchi. Egli lavorò indefessamente come diplomatico pontificio, ma non disdegnò di stare accanto ai soldati che rischiavano la vita per la nostra fede. Alla testa dei crociati comandati dal principe ungherese Giovanni Hunyadi il 22 luglio 1456 fermò alle porte di Belgrado l’esercito turco e lo costrinse a fuggire disordinatamente. Sul campo di battaglia, ingombro di cadaveri insepolti, scoppiò la peste e il 6 agosto 1456 la contrasse egli stesso. Con il fisico debilitato, ma con la mente lucida, continuava ad architettare piani contro gli infedeli convinto che la vittoria dovesse continuare fino in Palestina. Il 1° settembre venne trasferito nel convento di Villaco (Ylohk) in Ungheria dove, il 23 ottobre del 1456, morì all’età di 70 anni. Il suo corpo rimase in venerazione otto giorni. In seguito fu sepolto nella prima cappella della chiesa in una cassa chiusa a sette chiavi. Lì rimase sicuramente fino all’anno 1556, quando i turchi invasero l’Ungheria e la città di Villaco. Prima di morire S. Giovanni espresse desiderio che tutti i suoi averi, che non erano altro che libri e manoscritti, fossero riportati a Capestrano. Li affidò a fra Giovanni da Taglicozzo e fra Ambrogio da L’Aquila e, giunti a Capestrano, furono collocati in una biblioteca fatta costruire per l’occasione dalla contessa Cobella da Celano. Il 16 ottobre 1690 il papa Alessandro VIII emanò il decreto di canonizzazione del beato Giovanni. Cosimo III, che reggeva il Granducato di Toscana e il Principato di Capestrano, proclamò otto giorni di festeggiamenti e regalò alla popolazione il busto argenteo del Santo, attualmente conservato nel convento. Nel 1984 S. Giovanni da Capestrano è stato nominato patrono dei cappellani militari di tutto il mondo.

CONVENTO DI S.GIOVANNI

san-giovanni-monasteroGiovanni da Capestrano iniziò la costruzione del convento nel 1447 su di un sito donatogli dalla contessa Cobella da Celano. Il documento conservato nel reliquiario del Santo, è datato 1° dicembre 1447. Il luogo fu scelto vicino alla “Palombara” dove, secondo la leggenda, sorgeva il castel vecchio, fondato da re Desiderio. In principio il convento era molto piccolo. Il nucleo era tra l’attuale sacrestia e la cantina. Le celle localizzate al piano superiore, erano una decina, mentre al piano terreno vi erano le “officine<D> “. Per l’ingresso i religiosi si servivano della porta vicino alla cappella di S. Marta. Nel 1456 doveva già esserci una biblioteca per custodirvi i libri ed i manoscritti del Santo che, per sua volontà, furono, dopo la morte, riportati nel convento di Capestrano. Così scrisse il Mattei nel 1691 “Morto nel 1456 Giovanni in Capestrano s’ebbero gli abiti che adoperava, e che si conservano nella chiesa del convento di S. Francesco. Si tiene per antica tradizione, che venisse miracolosamente per mare dentro una cassa, sulla quale era scritto: all’università di Capestrano; e benché molti tentassero di accostarsi per pigliarla, non fu però possibile, mentre si ritraeva indietro, finché giunti i Sindici fu da essi riverentemente presa, e condotta alla lor terra, ove son tenute quelle vesti in venerazione”. Negli anni successivi, con il fiorire di nuove vocazioni per onorare la memoria del Santo, il convento fu ampliato. Furono costruiti arcate, colonne, ampi corridoi e il convento perse la struttura originale. Nel 1620, appena terminato il chiostro, fu ornato con dipinti che raccontano la vita del Santo Nel 1654 era già attivo un lanificio con venti addetti che tessevano lane per i frati e per i borghesi. Nel 1680 il convento poteva ospitare venticinque religiosi, ma ne aveva solo diciassette di cui quattro sacerdoti, due novizi e undici laici. Una nuova costruzione, iniziata nel 1709, è composta da un quadrato a due piani con in mezzo un cortile destinato ad orto. Al piano superiore vi erano le celle dei frati in quello inferiore il grande refettorio con un affresco datato 1724. Nel 1736 una parte del lanificio divenne carcere provinciale per i religiosi e nel 1737 entrò in funzione una farmacia. Nel 1742 fu completata l’attuale biblioteca. La scala regia è del 1750 mentre la cisterna che raccoglie le acque dei tetti, al centro del chiostro è del 1774. L’ultima ala del convento, costruita nel 1853, è quella che si affaccia sull’odierno cimitero. La biblioteca che contava più di 4.000 pezzi tra volumi e manoscritti era la più grande dell’Ordine Francescano in Abruzzo. La maggior parte dei manoscritti venne dirottata alla biblioteca nazionale di Napoli mentre parte dei libri fu trasferita nella biblioteca provinciale dell’Aquila. Nel 1977 fu ampliato il piazzale antistante la chiesa e al centro di esso fu posta la statua raffigurante S. Giovanni con la croce vittoriosa nella mano destra. La statua, alta 6 metri, è opera dello scultore P. Andrea Martini. Dal 1993 al 1997 la struttura è stata sottoposta ad un importante restauro. Nel Museo del convento di S. Giovanni si possono ammirare oggetti di grande valore, quali tutti gli oggetti appartenuti al Santo: il mantello, il bastone, i sandali e la bibbia di pergamena del XV sec. contenente miniature raffiguranti i profeti, regalata a S. Giovanni dal papa Callisto III. Si conservano inoltre arredi sacri di grande pregio: calici in argento del 1700, una croce processionale sempre del 1700, il busto argenteo del Santo donato al convento da Cosimo III dei Medici nel XVIII sec, un quadro databile 1740/41 attribuito a Vincenzo Damini pittore Veneziano. Il documento più antico conservato è una bolla di Urbano IV datata 18 aprile 1262.

CHIESA DI S. FRANCESCO

La chiesa annessa al convento di S. Giovanni è dedicata a S. Francesco. Originariamente era di formato più piccolo e più bassa rispetto all’attuale. La data di ultimazione può farsi risalire al 1488, data incisa sulla lunetta della porta di ingresso raffigurante S. Francesco e S. Giovanni. Nel 1457, all’arrivo delle reliquie del Santo, fu improvvisata la cappella nello stesso luogo dell’attuale ma molto più piccola. La doratura dell’altare e degli armadi nella cappella risalgono al 1690 anno della canonizzazione del Santo. L’altare ed il reliquiario sono sormontati dagli stemmi dell’università di Capestrano e da quello dei Medici. La statua del Santo, in terracotta, risalente al 1700, è stata realizzata probabilmente a Bussi. Il coro, in noce, è del 1735. Il campanile è del 1700, e le campane sono del 1761 e del 1773. Il porticato davanti alla chiesa risale al 1751 e servì anche da base per la costruzione della nuova facciata della chiesa nel 1925. Le quattro pitture principali sulla volta della chiesa rappresentano : 1) la conversione di S. Giovanni nel carcere di Brufa; 2) la vestizione nel convento di Monteripido; 3) la gloria di S. Giovanni; 4) la visione e l’adorazione del nome di Gesù con i tre fratelli S. Giovanni, S. Bernardino e S. Giacomo della Marca.

S. MARIA DEL ROSARIO

La chiesa era già esistente nel 1366. E’ presumibile che moltissime siano state le modifiche nel corso dei secoli dato che sia all’interno che all’esterno, non rimane nulla né di gotico, né di romanico. Fu sede di confraternite le quali nel 1617 commissionarono il quadro, ancora presente, a Muzi da Raiano. Non avendo rendite la chiesa si trovava sempre in cattive condizioni tanto che il vescovo esortava, nel 1754, i cittadini a partecipare alle spese di restauro. La chiesa cessò di essere parrocchia nel 1810. S. MARIA DELLA PACE E stata edificata nel 1643 sulla preesistente chiesa di S. Maria della Macchia. La fonte battesimale, del maestro Carloantonio Santini, è del 1839. Coro, sacrestia e campanile sono del 1837. Le stazioni della via Crucis sono del 1873. Nel 1965 fu restaurata, nel tetto, nelle pareti interne e nella facciata, dal Genio Civile, e nel pavimento, nell’altare maggiore e nel battistero, dalla popolazione.

S. BIAGIO

La chiesa (anticamente chiamata di S. Giovanni) è situata nel nucleo abitativo di Capodacqua, di semplice fattura ad una sola navata. Si fà menzione di essa in una bolla di Lucio III già nel 1133. Accanto alla chiesa vi era la “Taverna” con lo stemma dei Medici sulla facciata esterna. S. MARIA DELLA MERCEDE Situata presso le sorgenti del lago era in rovina nel 1754. Fu restaurata nel 1869 ora è in rovina peggiore.

S. MARIA DI LORETO

La chiesa fu edificata vicino alle sorgenti di Presciano. Era chiamata anticamente S. Maria della Misericordia e aveva annesso un piccolo ricovero per i pellegrini nominato “Ospedale di Santa Maria della Misericordia di Presciano extra”. Sull’altare vi è un quadro del 1777 raffigurante la Vergine, S. Rocco e S. Giovanni. Ai lati dello stesso altare sono poste due targhe: una con le iniziali N.S.M.V. “Nativitas Sanctae Mariae Verginis”; l’altra con lo stemma di Capestrano (una rocca sopra un monte dal quale sgorgano tre fiumi).

S. ROCCO

Protettore contro la peste e il colera. le chiese a lui dedicate si trovano spesso nei crocevia appunto per sbarrare la strada a queste malattie. L’antica chiesa del 1753 è stata sostituita con l’attuale nel crocevia tra la strada che porta a S. Giovanni e l’altra che porta ad Ofena. Sulla facciata sono poste due lapidi con incisi i nomi dei capestranesi caduti in guerra.

S. GIOVANNI E L’ARTE

Nel muro esterno della chiesa di S. Stefano a Vienna, su di un pulpito di pietra dal quale S. Giovanni era solito fare le sue prediche alle numerose genti, è posta la figura del Santo con la bandiera crociata in mano e il piede calcato sul nemico. Il monumento risale all’epoca della canonizzazione del Santo (fine 1600). Davanti al castello imperiale di Buda, in Ungeria,venne innalzato nel 1922 un monumento a S. Giovanni, divenuto poi il simbolo di una nazione che vuole rimanere unita e libera. La statua sul sagrato del convento di Capestrano è dello scultore P Andrea Martini e fu inaugurato nel 1977. Il dipinto di Tommaso Burgkmair di Augusta in Baviera del 1452 è la più antica raffigurazione del Santo ed è esposto nella galleria nazionale di Praga . Del 1459 è il dipinto su legno (raffigurante S. Giovanni) di Bartolomeo Vivarini che si trova esposto al Museo del Louvre, fu trafugato da Napoleone nel 1861. Una copia su tela si trova nel convento di Gagliano Aterno (AQ). Una grande tela raffigurante il Santo, con a lato quadri della sua vita si trova esposta nel museo nazionale dell’Aquila. Un quadro del Dandini sempre del santo si trova nella chiesa di Ognissanti a Firenze. A Ilohk è conservata una movimentata pala d’altare dedicata a S. Giovanni. Nel chiostro del convento di Capestrano ci sono affreschi del 1620, pitture del Cordeschi del 1924 e del Baroni del 1955. A Popoli nella chiesa della SS. Trinità in uno degli otto quadri della cupola c’è l’immagine del Santo. A Napoli nella chiesa di S. Maria la Nova c’è un busto d’argento e rame del Santo. L’opera è dell’orafo Francesco D’Angelo datata 1698. Un crocifisso in legno con le braccia pieghevoli e le due aste sfilabili, appartenuto al Santo, era conservato nel convento di S. Giuliano in L’Aquila fino al suo trafugamento nel 1985.

CAPESTRANO NEL “PARCO”

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Capestrano è uno dei quarantaquattro Comuni il cui territorio, o parte di esso, è compreso nel perimetro del “Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga”. Il Parco si estende per circa 149.000 ha. e interessa tre regioni (Abruzzo, Lazio, Marche) e cinque province (Ascoli Piceno, L’Aquila, Pescara, Rieti, Teramo). La notevole estensione, la composita realtà amministrativa e la sua valenza naturale e antropica – fauna, flora, paesaggi, storia, cultura e arte – ne fanno sicuramente uno dei più interessanti dei diciotto Parchi Nazionali italiani che costituiscono un vero sistema di aree protette. La fauna annovera tra i mammiferi specie interessanti come il Cervo, il Capriolo, l’Istrice, il Gatto selvatico e il Lupo appenninico. Il Camoscio d’Abruzzo è stato reimmesso da poco, e alcune segnalazioni fanno pensare ad un ritorno anche dell’Orso bruno marsicano. Presenze di pregio sono l’Aquila reale, il Lanario, l’Astore, il Falco pellegrino, il Grecchio corallino e il Gufo reale. I boschi di Faggio secolari ospitano la rara e bellissima Rosalia alpina. Il Parco conserva un patrimonio vegetale di notevole valore. La sua flora annovera oltre 1.600 entità. il Faggio si estende fino ai 1.800 metri dove cede il passo alle praterie d’alta quota. Più in basso regnano il Cerro, la Roverella e il Leccio. Autentiche rarità sono la Betulla e l’Abete bianco, sono inoltre presenti il Tasso e l’Agrifoglio. Nei prati abbondano Orchidee e Genziane, mentre nelle alte quote troviamo la Driade octopetala, la Nigritella widderi e la Silene acaule insieme al Papavero alpino, la Primula abruzzese, l’Astragalo aquilano e la Stella Alpina appenninica. Nel Parco è stata da poco scoperta la Donide gialla, unico sito segnalato in Italia dagli anni ’50. Ma il Parco del Gran Sasso e Monti della Laga non è solo natura. Il Parco è anche uomo! Le prime tracce della presenza umana risalgono al paleolitico inferiore e la nascita e sviluppo architettonico dei borghi, del fiorire dell’arte e della cultura sono stati determinati dai proventi dell’allevamento transumante delle greggi. Gli antichi borghi, oggi comuni del Parco, conservano ancora antiche testimonianze legate alle tipiche attività dell’uomo sviluppatesi nei secoli in armonia con la natura. Alcuni sono dei veri e propri gioielli architettonici pari solo allo splendore della natura che li circonda. Il Parco sta allestendo nei comuni propri centri servizi dove sarà possibile avere, appena attivati, ogni tipo di informazione e assistenza. Uno dei più significativi lo si stà allestendo, d’intesa con il Comune, proprio a Capestrano, nella Chiesa di Santa Maria di Presciano.

IL FIUME TIRINO

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La valle del Tirino o “Valle Trita ” è una depressione di origine tettonica circondata da rilievi carbonatici. All’interno di essa si sono accumulati, nel quaternario antico, sedimenti di ambiente lacustre di notevole spessore. La parte di sedimenti più prossima alla superficie è formata da limi calcarei bianchi. Questi ultimi affiorano spesso in vicinanza delle sorgenti del Tirino e, data la scarsa permeabilità, costituiscono locali sbarramenti alla circolazione idrica sotterranea contribuendo a determinare lo sbocco in superficie delle acque di falda provenienti dal Gran Sasso e dalla piana di Navelli. Il Tirino è alimentato nella Valle da tre sorgenti: Capodacqua, il Lago e Presciano. Il nome del fiume deriva dal Greco “Tritano”.che significa triplice sorgente. Vitruvio lo chiamò TRITE, ossia il terzo suono musicale e Plinio, TRITHALE, un erba che fiorisce tre volte l’anno. Nel territorio di Bussi il fiume riceve acqua da altre due sorgenti: Sambuchi e Fontanelle. Il Tirino ha una lunghezza di 11 Km, attualmente ha una portata di 6.000 l/sec. che rimane pressoché costante per tutto l’anno così come la temperatura che è intorno agli 11°. Il Tirino non riceve affluenti e le sue acque rimangono limpide in ogni situazione meteorologica. Le acque sono abitate da trote e da rari gamberi. La trota (Salmo trutta) autoctona è l’ecotipo fario. Presenta macchie rosse sui lati del corpo. Nel fiume sono preminenti soggetti che pesano tra i 150 e gli 800 grammi, ma, possono raggiungere anche pesi notevolmente superiori. Vive in profondità e depone le uova nei pressi delle sorgenti. La riproduzione avviene nei mesi di novembre-dicembre, protraendosi fino a marzo. In questi periodi è possibile osservare facilmente trote in fase di riproduzione. La trota riesce a deporre tra le 1500 e le 2000 uova per chilogrammo di peso. La femmina raggiunge la maturità intorno al terzo anno di età, mentre il maschio intorno all’anno. Il comune di Capestrano vanta sul fiume il diritto esclusivo di pesca. L’apertura della pesca avviene normalmente nel mese di febbraio e si protrae fino ad ottobre. Le popolazioni hanno sempre attinto ricchezza dal fiume con l’impianto di mulini, valchirie, la pesca e la coltivazione degli orti abbondanti lungo le sue sponde. FORCA DI PENNE E MONTE PICCA Forca di Penne, frazione di Capestrano, si trova ad una altitudine di 918 metri s.l.m.. La sua area di valico è popolata da fringuelli, cardellini, verdoni, peppole e nei mesi primaverili da un interessante passo di rapaci tra cui albanelle, poiane, falchi, cuculi e pecchiaioli. Vi nidificano lo sparviero e il gheppio sulle rupi basse, la poiana, l’allocco, il picchio verde, lo zigolo nero, l’averla piccola, il codirosso, il gracchio corallino su quelle più alte e sono facilmente osservabili l’aquila reale e il falco pellegrino. Fra i mammiferi si segnalano la presenza del lupo, dell’istrice, del tasso, della faina della volpe, e sporadicamente dell’orso. Il centro di Forca di Penne è dominato da una torre edificata in epoca medievale, con funzioni militari di avvistamento e di controllo del traffico commerciale nonché di collegamento tra il versante Aquilano e Vestino.

PASSEGGIATA PER IL CENTRO STORICO

centro-storicoPartendo dalla fontana monumentale, situata nella piazza del mercato e scendendo lungo via Roma è possibile osservare sulla sinistra il palazzo Cataldi. Al termine della discesa si giunge a piazza Capponi che prende il nome dal palazzo omonimo attualmente sede della Cassa di Risparmio della Provincia dell’Aquila. I Capponi giunsero a Capestrano da Firenze a seguito di Federico Capponi che, nel 1627, succedette al cardinale Leni come commendatario di S. Pietro ad Oratorium. Egli insieme a quattro fiorentini venne investito di benefici nel nostro territorio. Svoltando verso sinistra, costeggiando il palazzo Capponi, si scende verso piazza Parete e si incontrano, palazzo Verlengia, palazzo Alessandroni e sulla destra tra i due si scorge palazzo Sonsini. Giunti nella piazza si può visitare la chiesetta di S.Caterina edificata nel 1449. Attraversando porta Parete si entra nel vecchio recinto fortificato e proseguendo si scorge sulla destra, in basso, Porta del Sacco. Risalendo il vicolo si arriva alla chiesa di S.Maria del Rosario dove, secondo la leggenda, fu battezzato S.Giovanni e vi è sepolto Antonio Piccolomini assassinato nei pressi di Sulmona. La chiesa esisteva già nel 1366, fu sede di varie confraternite che commissionarono nel 1617 il quadro di Muzi da Raiano. Sopra la porta vi era un organo andato distrutto nell’ultima guerra, al suo posto rimangono tre stemmi in gesso; quello centrale, con sei palle nello scudo, è della famiglia Medici. La chiesa cessò di essere parrocchia nel 1810. Aggirando il fabbricato e scendendo sulla destra si arriva alla porta del Lago, in una strardina, a destra, prima di raggiungere la porta, si trova la casa natale di S. Giovanni. Da porta del Lago, risalendo sulla sinistra lungo le vecchie mura, si arriva a porta la Palma passando davanti al palazzo Colasacco. Da tale porta, salendo sulla sinistra si ritorna sulla strada della “processione ” all’altezza del palazzo Carli. Continuando si ritorna di nuovo a piazza del mercato. Dove sono ubicati i palazzi Corsi, De Rubeis e Tecca. Lungo la strada che porta al convento di S. Giovanni si incincontrano inoltre i palazzi Migliorati e Piccioli.

Credits: www.comunedicapestrano.it

 

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1 Commento su Capestrano, la storia

  1. Gianfranco Gentile - 18 gennaio 2017 a 21:26 - Rispondi

    Sig. Maccaroni,
    prima di tutto voglio congratularmi per l’ottimo lavoro riguardo la storia del nostro tanto amato paese, essendo nato e vissuto a Capestrano fino all’eta’ di 20 anni per poi emigrare negli USA
    ho attraversato quasi se non tutti i vicoli di Capestrano e ho percorso gli stessi leggendo la sua storia, vorrei citare il fatto che la chiesa di San Nicola non e’ citata e tanto meno correttamente descritta

    ” piazza Parete e si incontrano, palazzo Verlengia, palazzo Alessandroni
    ( ho vissuto in questi due palazzi Alessandroni 4 anni e Verlengia 8 )”

    e sulla destra tra i due si scorge palazzo Sonsini. Giunti nella piazza si può visitare la chiesetta di S.Caterina edificata nel 1449. Attraversando porta Parete si entra nel vecchio recinto fortificato e proseguendo si scorge sulla destra, in basso, Porta del Sacco. Risalendo il vicolo si arriva alla chiesa di S.Nicola ………..

    S.Maria del Rosario dove, secondo la leggenda, fu battezzato S.Giovanni e vi è sepolto Antonio Piccolomini assassinato nei pressi di Sulmona. La chiesa esisteva già nel 1366, fu sede di varie confraternite che commissionarono nel 1617 il quadro di Muzi da Raiano. Sopra la porta vi era un organo andato distrutto nell’ultima guerra, al suo posto rimangono tre stemmi in gesso; quello centrale, con sei palle nello scudo, è della famiglia Medici. La chiesa cessò di essere parrocchia nel 1810…divento’ Santa Maria della Pace.
    esatto!!! gia’ nominato all’inizio della storia delle chiese

    San Nicola……..dista solo 100 metri dalla porta del Lago.

    Aggirando il fabbricato e scendendo sulla destra si arriva alla porta del Lago, in una strardina, a destra, prima di raggiungere la porta, si trova la casa natale di S. Giovanni. Da porta del Lago, risalendo sulla sinistra lungo le vecchie mura, si arriva a porta la Palma passando davanti al palazzo Colasacco.

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Autore:  Marco Maccaroni
Appassionato del mare, affascinato dalla montagna e innamorato dell'Abruzzo a cui mi legano le mie origini. L'asprezza del terreno, la gentile durezza dei suoi abitanti, fanno di questo territorio uno dei più peculiari della nostra bella Italia. Scrigno di arte e di secolare cultura, foriero di sapori , profumi e ricco di gustosissimi piatti preparati con sapienza e accompagnati da ottimi vini
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