22.01.2019

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Il fenomeno dell’emigrazione in Abruzzo

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emigranti

© Tratto da www.italyheritage.com

Per capire un fenomeno complesso e di massa quale fu l’emigrazione dall’Abruzzo e da tutta l’Italia Meridionale (e anche da altri paesi in Europa) a seguito della Rivoluzione Industriale in Inghilterra e in Nord America, moltissimi fattori vanno presi in considerazione. Per quanto riguarda l’Abruzzo, la chiave alla comprensione del fenomeno emigrazione può essere trovata solo in una valutazione complessiva di ciò che l’Abruzzo era divenuto attraverso migliaia di anni di quasi completo isolamento territoriale, di economia autosufficiente e di sistemi amministrativi locali indipendenti.

Gli insediamenti umani negli Abruzzi sono antichissimi, abbiamo resti fin dal Paleolitico antico. Nell’età del ferro (circa. 2000-1000 a.C.) dei nuovi arrivati (oggi individuati come Piceni) formano le prime popolazioni Italiche. Sono i Sabini, Piceni, Equi, Vestini, Marsi, Frentani, Marrucini e i Peligni e Bruzzi. brigantiQueste popolazioni furono assoggettate dai romani nel 305 a.C. ma non pienamente assimilate se non dopo la guerra sociale contro Roma nel 90 a.C. Con già una grande storia alle spalle, questa fu la data inizio della decadenza di una autoctona civiltà, decadenza non imputabile agli abitanti ma ai governanti dei successivi due millenni.Con la concessione della cittadinanza, l’Abruzzo divenne provincia augustea, e in età imperiale assunse il nome di Provincia Valeria, ma fu molto trascurata per lo scarso interesse sia economico che militare. Dopo la caduta dell’impero Romano, l’Abruzzo conteso tra Bizantini e Ostrogoti subì gravissime devastazioni. I Longobardi la divisero in due parti (di qui in seguito “gli Abruzzi”); una annessa al ducato di Spoleto, l’altra a quello di Benevento. Tra il 1061 e il 1150 i Normanni sconfissero i Longobardi e la regione riunificata fu concessa in feudo a questi ultimi da papa Adriano IV e da allora entrò a far parte del Regno delle Due Sicilie.Nel 1266 gli Angioini la procedettero ad una organizzazione amministrativa. Seguì il dominio degli Aragonesi, poi dei Borboni nel 1700. Tutti questi dominatori lasciarono la regione nella più grande trascuratezza, trasformandola in una delle più desolate regioni d’Italia. Nel periodo napoleonico ci furono rivolte di contadini con Murat, poi sotto nuovamente i Borboni, e con il nuovo Regno d’Italia nel 1860.
Dopo l’Unità d’Italia
I nuovi regnanti furono poco solleciti a risolvere i gravi problemi, anzi ai primi accenni di rivolta nel 1861 la repressione fu dura, scambiando le legittime pretese sociali come rivolte di bande di briganti. Questi in effetti c’erano, come in tutte le regioni, ma qui furono utili per accusare di brigantaggio anche chi chiedeva a ragione una maggior attenzione ai gravi problemi economici e sociali della regione.I veri briganti secondo gli abruzzesi erano i Savoia. Il Sud divenne un inferno, il Piemonte era stato delegato dalle potenze di allora a creare una borghesia vorace, liberale, senza scrupoli, a spese del Sud, così come la Rivoluzione Industriale in Inghilterra si era alimentata dei suoi poveri e degli irlandesi, e come ilemigrazione-1 benessere americano era nato sulle sofferenze degli schiavi e l’eccidio degli Indiani d’America.Il Piemonte accentrò il potere e l’economia, annullando l’autonomia idei comuni, sopprimendo quelle istituzioni pubbliche o religiose, che per secoli avevano consentito un equilibrio unico al mondo, che consentiva ai deboli di difendersi dai soprusi dei ricchi; annullò l’ordinamento fiscale in vigore nel Reame dei Borboni ritenuto il migliore del mondo e lo stato Sociale del Sud. Grazie alla vendita dei beni ecclesiastici e demaniali espropriati alla comunità incamerò somme enormi che andarono a sostenere l’industria del Nord e, con le leggi protezionistiche a danno del Sud (vedi la tassa sul macinato) decretò la morte del sistema industriale meridionale e la stessa economia del Meridione. Anche la regione abruzzese, assieme a buona parte dell’Italia Meridionale, fu ignorata dalla rivoluzione industriale che avanzava in Europa e nell’America del Nord e si diffondeva nell’Italia Settentrionale, e fu colpita da una grave crisi di tutto il suo sistema economico. I “piemontesi” fecero sparire i macchinari delle fabbriche, i beni religiosi, i beni demaniali, libri antichi e persino le rotaie dei binari ferroviari. I giovani più validi e orgogliosi venivano perseguitati, costretti ad abbandonare le loro terre, e andavano a rendere fertili le terre altrui, e ad accrescere la ricchezza di popoli stranieri, costruendo dighe, porti, gallerie, grattacieli, palazzi, musei, ferrovie, o trasformando i deserti in terreni fertili. Infine nella Seconda Guerra Mondiale l’Abruzzo si trovò al centro dello scontro tra Tedeschi ed Alleati (Rommel contro Montgomery lungo la linea Gustav); interi paesi e città furono letteralmente rasi al suolo dai bombardamenti americani nella famosa battaglia del Sangro. I governi del secondo dopoguerra, che con la politica di accentramento industriale nel nord aggravarono lo spopolamento dell’intera regione.
Economia ed Emigrazione
Innumerevoli sono i fenomeni che a livello locale e nazionale, specialmente nell’Abruzzo interno, si accompagnarono all’ondata migratoria. Tra essi l’unità d’Italia nel 1860 e la conseguente introduzione del servizio di leva obbligatorio, il brigantaggio (un proverbio del tempo diceva “o brigante o emigrante”), la crisi profonda del vecchio sistema agricolo-pastorale.

L’Abruzzo, circondato da impervie montagne, era rimasto a lungo isolato dal resto d’Italia, isolamento che cominciò a essere superato con lo sviluppo di una rete ferroviaria che collegò Pescara, Ancona e Foggia. Nel emigrazione-3nuovo regno italiano unificato sotto la monarchia dei Savoia, l’Abruzzo risultava una delle regioni più povere. L’economia abruzzese si basava ancora sulla pastorizia e sull’agricoltura, attività esercitate con metodi ancora troppo arcaici per garantire ai suoi abitanti un buon tenore di vita. L’agricoltura dei territori più elevati, che non offriva certo risultati positivi, danneggiava quella delle pianure e delle conche potenzialmente più fertili. Infatti, il disboscamento delle zone montuose e collinari aumentava il rischio di frane e alluvioni nelle zone pianeggianti. Inoltre frequenti erano le inondazioni dei fiumi con il conseguente incremento delle zone paludose. Anche la pastorizia entrò in crisi e, di conseguenza, anche l’industria della lavorazione della lana, un tempo principale fonte di guadagno per gli abruzzesi.

L’industria, a causa dell’isolamento che aveva caratterizzato questa regione per secoli, si riduceva a piccole attività artigianali: la lavorazione della lana a Sulmona, L’Aquila, Scanno e Castel di Sangro; ad Avezzano la lavorazione del lino e della canapa; in Roccaraso e Pescocostanzo il merletto e l’oreficeria; fabbriche di ceramica a Castelli e Campli. Il commercio di questi prodotti subì una forte crisi a causa della diminuzione di richiesta sul mercato e alla forte concorrenza dei prodotti industriali.

Il Grande Esodo
Di fronte ad una situazione economica e sociale così precaria, nell’ultimo ventennio del XIX secolo iniziò un forte flusso migratorio verso l’estero. Dopo il 1870 un primo consistente numero di emigrazione è già registrato nel chietino e nel Molise. Il flusso diventa particolarmente intenso alla metà degli anni 80, raggiungendo il culmine tra il 1900 ed il 1915. Tra il 1880 ed il 1900 a spostarsi sono soprattutto gli abitanti della provincia dell’Aquila, del territorio di Sulmona e delle zone di Vasto e Lanciano. La provincia di Teramo conoscerà il fenomeno dell’emigrazione soltanto nei primi anni del 1900. Per tutto l’ultimo ventennio del secolo diciannovesimo e nel primo decennio del ventesimo il tasso di emigrazione aumentò regolarmente ogni anno, fino a toccare il massimo nel 1913 (anno in cui gli emigrati dall’Italia sono oltre 872.000), per poi subire un arresto negli anni della prima guerra mondiale.

La destinazione principale è rappresentata dalle Americhe, scelta dettata dalla vicinanza dei porti di imbarco (Napoli, collegata attraverso la Ferrovia Sangritana) e dal costo del viaggio (verso l’Argentina ed il Brasile era praticamente gratuito: i due Paesi sudamericani in seguito all’abolizione della schiavitù, erano rimasti privi di mano d’opera per la coltivazione dei campi).

La maggioranza degli emigrati era formata da contadini, in prevalenza meridionali e quindi veneti e friulani. Alla radice del fenomeno stavano i profondi squilibri dello sviluppo economico e sociale italiano: innanzitutto fra nord e sud, e quindi fra città e campagna, fra zone industrializzate e zone agrarie arretrate. In assenza di alternative concrete, le masse meridionali contadine scelsero spontaneamente la via dell’emigrazione. Lo stesso governo vide favorevolmente questo fenomeno che da una parte allontanava ilemigrazione-4 pericolo di esplosioni sociali e dall’altra contribuiva, mediante le rimesse degli emigrati, al riequilibrio della bilancia dei pagamenti. Gli effetti di lunga durata di questa emorragia di forza-lavoro furono contraddittori. L’allentamento della pressione demografica, traducendosi in una relativa diminuzione dell’offerta di lavoro, permise a chi restava di conquistare salari più alti e condizioni di lavoro migliori. Ma nel lungo periodo lo spopolamento delle campagne meridionali ne ritardò lo sviluppo, sottraendo a quelle regioni le forze più giovani e dinamiche. Intorno al 1915 erano circa mezzo milione gli Abruzzesi emigrati all’estero. Sempre nello stesso periodo circa 150.000 abruzzesi provenienti principalmente dagli Stati Uniti e dall’Argentina fecero ritorno a casa. Percentuale esigua rispetto al numero crescente di abruzzesi che si accingeva ad affrontare la grande avventura. Durante il fascismo, per ovvi motivi politici, l’emigrazione verso gli Stati Uniti conobbe un forte arresto; continuò invece quella in direzione dei paesi sudamericani. Dopo la seconda guerra mondiale, chiuse le frontiere degli Stati Uniti, i maggiori flussi emigratori si diressero verso Canada e Australia, territori vergini ed ancora inesplorati.

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Autore:  Marco Maccaroni
Appassionato del mare, affascinato dalla montagna e innamorato dell'Abruzzo a cui mi legano le mie origini. L'asprezza del terreno, la gentile durezza dei suoi abitanti, fanno di questo territorio uno dei più peculiari della nostra bella Italia. Scrigno di arte e di secolare cultura, foriero di sapori , profumi e ricco di gustosissimi piatti preparati con sapienza e accompagnati da ottimi vini
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