Il Parco archeologico del Santuario di Ercole Curino


    Letture 4175

Il Parco archeologico del Santuario di Ercole Curino è stato istituito negli anni Settanta nel territorio comunale di Sulmona. È posto alle pendici del Monte Morrone, in località Badia. Si tratta di una delle più importanti aree sacre d’Abruzzo, nella sua caratteristica di santuario terrazzato che dall’età ellenistica (IV-III sec.a.C. ) ebbe fasi di vita e di ricchezza fino alla metà del II sec.d.C. È costruito su terrazzamenti artificiali che organizzano gli spazi sacri digradanti lungo il pendio montano: sul livello più alto è documentata la prima fase edilizia, con tempio su alto podio; l’ampliamento successivo del terrazzo vide la costruzione del cd. sacello (che conserva l’importante tappeto musivo policromo decorato da motivi ellenistici e la decorazione parietale a specchiature ad imitazione di lastre marmoree) con la gradinata monumentale interrotta dal piazzale lastricato, alla cui base si aprivano i porticati dell’ampio spazio affacciato sulla conca peligna; all’inizio del I sec.a.C. si fa tradizionalmente risalire la ristrutturazione generale del luogo di culto, con un terrazzo inferiore, sostruito da un imponente muro in opera quasi reticolata, sul quale si imposta la serie degli ambienti voltati sottostanti il piazzale di accesso. La ricchezza e la fama del santuario non si persero con l’abbandono dei luoghi dovuto ad una frana che seppellì gli edifici e i notevolissimi doni votivi rimasti sul terrazzo superiore, tra cui l’eccezionale statuetta bronzea raffigurante Eracle a riposo del tipo Anticitera – Sulmona, ritenuto un originale greco della scuola di Lisippo, ora conservato presso il Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo di Villa Frigerj a Chieti. Un intervento di valorizzazione recente ha sistemato strutture di visita al santuario, con illuminazione scenografica del monumento e del sentiero e con pannelli esplicativi che propongono una ricostruzione virtuale delle antiche volumetrie.

ArcheologiaAbruzzo Dott.ssa Anna Dionisio

L’accesso è posto al termine di un sentiero montano che discende dal piazzale con parcheggio e posto di ristoro: si apre sul limite settentrionale del santuario e corrisponde ad un ingresso in uso dalla fase di ristrutturazione (dopo il I sec. a. C.); l’ingresso più antico si apre a meridione. Dal terrazzo mediano, in parte crollato in antico in relazione agli ambienti voltati sottostanti, è possibile salire, mediante la gradinata monumentale, al terrazzo superiore che ospitava gli edifici templari, di cui è parzialmente visibile il cd. sacello, con mosaico figurato policromo e decorazione pittorica parietale ad imitazione di lastre marmoree. Dal terrazzo mediano si può quindi scendere alla base del santuario, per ammirare il grande muro di sostruzione in opera incerta e quasi reticolata a riseghe rientranti, per poi risalire al livello degli ambienti voltati ora crollati, posti in origine al di sotto del piazzale di accesso.

Il Santuario di Ercole Curino 

In stretta connessione con la necropoli e il relativo vicus di Santa Lucia, pur mantenendo una portata di assoluto rilievo anche a livello extraurbano per via del collegamento con la viabilità pedemontana del Morrone, si trova il santuario dedicato ad Ercole Curino.
Tracce di strutture affioranti erano collegate dalla credenza popolare, fino agli anni ’50, alla “Villa di Ovidio”, e anche il toponimo Fonte d’Amore risente di questa identificazione (Mattiocco 1989); tuttavia, né Ovidio né alcun altro scrittore antico parlano dell’esistenza di questo luogo di culto. Il fatto è di per sé strano, poiché all’interno del santuario vi sono prove del passaggio di almeno qualche componente della famiglia del poeta; in più, dal momento dello scavo sistematico, il centro di culto si è rivelato di importanza capitale.
L’enigmaticità e l’imponenza delle strutture affioranti, di cui si coglie l’interesse anche nelle cronache del De Nino, rappresentano le motivazioni principali della campagna di scavo condotta da V. Cianfarani tra il 1957 e il 1959; le ricerche portarono alla luce le strutture del grande complesso santuariale, ma il profondo sterro, condotto con pochissima attenzione ai rapporti stratigrafici, provocò la perdita della maggior parte dei dati concernenti la successione delle strutture murarie e dei livelli di vita del santuario.

Il santuario, oltre che –si è detto più volte- con un’arteria viaria di primaria importanza, sorge in connessione con una serie di sorgenti situate alle pendici del Morrone (in cima alla terrazza più alta, di fronte al sacello, l’acqua è convogliata in una fontana). Il legame profondo tra viabilità naturale e tratturale, presenza dell’acqua e luoghi di culto è una costante nell’Abruzzo preromano e in questa zona diviene ancor più evidente grazie alla lunghissima persistenza di tale modalità di occupazione della fascia pedemontana. G. F. La Torre nota come il santuario (e dunque, alla luce delle nuove conoscenze, possiamo aggiungere: tutto il complesso di Fonte D’Amore) sia strettamente collegato alla strada che raccordava i due tratturi Celano-Foggia (che seguiva l’itinerario Marsica-Forca Caruso-conca subequana-valle peligna, e a cui andò sovrapponendosi in parte la Tiburtina Valeria) e L’Aquila-Foggia (il Tratturo Magno, che dall’agro di Amiternum percorreva le valli del Tirino e dell’Aterno e raggiungeva la Puglia costeggiando l’Adriatico).
L’importanza dell’acqua presso le popolazioni antiche è ben nota, e presso i Peligni non solo il santuario principale, ma anche i luoghi di culto minori sono in stretta dipendenza dall’acqua: il santuario di S. Ippolito a Corfinio, di non trascurabile importanza; il santuario di Ocriticum; i luoghi di culto a Casteldieri e Superaequum, nella limitrofa conca subequana; a tali testimonianze si può aggiungere quella del culto del dio Aterno, personificazione del fiume, ad Interpromium. Tale caratteristica perdura con la romanizzazione, se si pensa che in piena età imperiale due iscrizioni di Corfinio menzionano dei ministri e magistri Fontis (Buonocore 2006) e il culto del dio Fons è ben attestato.

Per quanto riguarda il particolare aspetto della divinità venerata, invece, si è notato come l’epiclesi Quirinus, in tutte le sue varianti note dai graffiti parietali (Guarducci 1981), più che con la città di Cures potrebbe avere attinenza con il dio Quirino, che a Roma rappresenta il fondatore Romolo divinizzato e con cui l’Ercole italico sembra aver avuto un processo sincretistico: e poiché la radice del termine è collegata alla parola Curia, cioè co-viria, “luogo di raduno”, l’enfasi è posta sul ruolo politico del luogo di culto come luogo di assemblea e centro decisionale, e di conseguenza come fulcro del processo di formazione della città nel periodo precedente la romanizzazione.
Sono state individuate almeno tre fasi principali nella vita del santuario. E. Mattiocco ipotizzò una prima fase non edilizia, in cui il culto sarebbe stato concentrato in una grotta naturale soprastante, ma non sono stati rinvenuti indizi sufficienti ad avvalorare la tesi (che comunque è fortemente plausibile, dati i caratteri del culto italico in età tardo-arcaica).
Una prima fase, databile tra il IV e il III secolo a.C., è testimoniata da quello che è stato definito volta per volta “alto podio templare” o “terrazza superiore”, in opera poligonale, rivolto a meridione, con una gradinata di accesso collegata alla via sacra a sud; il podio sorgeva su un terrazzamento del pendio naturale sostenuto da un muro in poligonale a occidente, oggi quasi del tutto inglobato all’interno del piazzale. A questo periodo (anche se non è possibile fornire una datazione molto precisa) fanno riferimento alcuni bronzetti rinvenuti nel sito e databili al IV secolo a.C.
Nella seconda fase, databile tra III e II secolo a.C., il terrazzamento venne racchiuso a W e a S da un muro in pietre sbozzate; il piano di accesso al santuario venne raccordato con il livello del tempio (di cui oggi resta solo il sacello anteriore) per mezzo di una gradinata.
Pochi decenni dopo, in pieno II secolo a.C., venne edificata la scalea monumentale, dalla parte S della terrazza superiore, le cui due file di gradini, con orientamento rispettivamente W ed E, furono interrotte da un ampio piazzale lastricato. Il muro di prima fase in poligonale divenne parete di fondo di un portico colonnato, di cui restano tracce consistenti; lo stilobate del portico era rialzato dal piazzale con due file di blocchi di pietra. Infine il piazzale di ingresso venne esteso verso occidente con l’ausilio di grandi sostruzioni in opera cementizia; i lati N e S dello spazio centrale vennero coperti con portici. Essi erano occupati da ambienti forse di servizio, di cui sono stati recentemente rinvenuti frammenti di decorazioni parietali, nei quali si trovavano le gradinate di comunicazione tra il piazzale e i locali voltati sottostanti (interpretati come locali di servizio, una sorta di tabernae). Contemporaneamente, l’accesso meridionale venne sostituito con uno posto a nord, in connessione con una diversa strada di accesso dalla valle.

Nel complesso, quest’ultima fase rappresenta un tentativo di preservare le architetture già esistenti per inserirle in un contesto di maggiore monumentalità ed imponenza, e soprattutto con un maggior rispetto della simmetria analogamente a quanto accade nelle fasi tardo-ellenistiche di tutti i grandi santuari a terrazze italici, quali quello della Fortuna Primigenia a Palestrina, di Ercole Vincitore a Tivoli, nonché della fase più recente del santuario di Pietrabbondante (La Regina 1978), soprattutto per quanto riguarda la volontà di conferire simmetria ed equilibrio all’insieme delle strutture, nonché l’estrema permeabilità del mondo italico agli influssi ellenistici, nonostante i contatti del tutto indiretti con l’ambiente greco. Si può osservare inoltre, come già è stato affermato dal Wonterghem, una certa affinità dispositiva con il santuario di Demetra a Pergamo e con quello di Giove Anxur a Terracina (Wonterghem 1984) .
La scalinata monumentale separava l’area più sacra dagli altri spazi del santuario. Il luogo più importante del culto si trovava in cima ad un percorso che si configurava come “ascesi”: prova ne è la successione tra il donarium per le offerte, alla base della scalinata, la fontana per la purificazione, in cima ad essa, e infine il sacello, che doveva essere l’anticamera della cella vera e propria (perduta).
La decorazione del sacello destò da subito un grande interesse: soprattutto il mosaico pavimentale, decorato con un motivo ornamentale centrale in bianco e nero, contornato da 4 fasce esterne, anch’esse in bianco e nero ma con bordure rosse di tre file di tessere l’una. Il lato corrispondente all’entrata del sacello è raccordato con esso mediante una sorta di “tappeto”.
Il disegno centrale è molto articolato: un rosone bianco e rosso, raffigurato in modo da dare l’illusione di due rosoni sovrapposti; sulle fasce di contorno, dall’interno all’esterno, un motivo ad onde correnti, molto comune ma con l’insolito particolare di una palmetta al centro di ogni lato che lo divide in due parti simmetriche; uno a torri merlate, che secondo l’ipotesi del Becatti deve avere origine nelle decorazioni delle stoffe e dei tessuti; uno a delfini (asimmetrico, sul lato sx vi sono soltanto due delfini) e uno a fregio vegetale. Per i legami con Delo e per i caratteri di questo mosaico, che lo pongono in una fase di transizione tra quelli ellenistici policromi e quelli romani in bianco e nero, il Wonterghem data il mosaico alla prima metà del I a.C. circa.
Le decorazioni parietali sembrano invece ricalcare in modo semplificato il secondo stile pompeiano, con pannelli policromi; tale stile riproduce con mezzi pittorici le decorazioni a stucco del primo stile, databile nella prima metà del I a.C.
I manufatti, secondo le cronache di scavo degli anni ’50, erano distribuiti su tutta l’estensione del santuario, con una concentrazione nei pressi dell’ingresso a nord (quello più recente) e di quello meridionale; le cosiddette “botteghe” erano stranamente quasi prive di materiali, mentre svariati oggetti furono rinvenuti nei pressi del sacello sulla terrazza superiore. In corrispondenza dell’ingresso settentrionale si rinvennero soprattutto frammenti ceramici a vernice nera e rossa, lamine bronzee, un unguentario, votivi fittili a forma di bovino e le statuette di Ercole; in più pesi da telaio e un coltello, e vari oggetti di uso comune (votivi per trasformazione). Vicino all’ingresso più antico, invece, erano presenti manufatti in quantità minore, brocchette in ceramica, grappe, chiodi e frammenti metallici.

All’esterno del sacello, davanti all’ingresso, fu rinvenuta un’ara in bronzo, testimonianza preziosissima; le pareti esterne erano invece completamente ricoperte da graffiti con dediche alla divinità.
L’interno del sacello conteneva pochi ex- voto: secondo i resoconti, solo la statuetta di Ercole donata da Peticius Marsus e l’Ercole cubans in marmo; inoltre una colonnina marmorea con graffiti, oggi al Museo Nazionale di Chieti, che destò immediatamente l’interesse perché recava una firma di un Naso. L’analisi paleografica confermò che i segni dovevano essere stati tracciati proprio in un periodo compreso tra l’età augustea e tutto il I secolo d.C., fatto che non mancò di impressionare i contemporanei.
Le iscrizioni, invece, sono per lo più afferenti alla fase della completa romanizzazione, dall’età augustea al II d.C., periodo in cui un evento sismico di proporzioni devastanti provocò l’abbandono quasi totale del santuario (in contemporanea con la cessazione della prima fase edilizia della città di Sulmona), anche se non mancano indizi di una persistenza del culto, in particolare due meridiane che sembrano legate a una trasformazione del culto di Ercole in divinità solare tra il III e il IV secolo d.C.

@Tratto da ArcheologiaAbruzzo


Lascia un commento