Lecce nei Marsi


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STORIA

Numerose le ipotesi sull’etimologia del nome, la più probabile indica una derivazione dal latino quercus ilex, la pianta del leccio, abbondante nella vallata circostante all’ubicazione originaria del paese, dove rimangono i resti dell’antico centro abitato. Riguardo la fondazione del paese, l’affascinate teoria di Di Pietro, la fa risalire al X secolo, opera di alcune famiglie provenienti dalla Licia di ritorno dalle crociate: l’ipotesi sarebbe comprovata da due fatti: l’indicazione nei Marsi del nome, che testimonierebbe una certa estraneità della popolazione, e il culto del santo partono Biagio, venerato soprattutto in Asia Minore. Certa è invece l’influenza spagnola successiva, confermata dalla presenza di molti cognomi e denominazioni di derivazione iberica e araba: la località Macrana, deriverebbe da macran, dall’arabo “terra lontana”. Il primo insediamento, i cui resti romani e medioevali sono ancora visibili a Lecce Vecchia, era Litium, un centro fortificato italico risalente al V secolo a.C., posto a difesa di una importante via montana di comunicazione nel cammino verso sud, che attraversa il valico di Sangro – Barrea – Alfedena.

La ricostruzione risale probabilmente all’invasione dei Longobardi, che sfruttarono proprio questo percorso per penetrare capillarmente nell’Abruzzo Appenninico. In epoca medievale, il nome diventa Licium: presidio longobardo, del quale sono ancora visibili i resti della cinta muraria, che mantiene la funzione di vedetta avuta in epoca romana. Probabilmente da qui furono avvistati nel 937 i Saraceni, che – come attesta Leone Ostiense – l’esercito del conte dei Marsi Ottone II spinse verso la valle Subequana attraverso la via montana di Litium. La prima notizia dell’abitato fortificato medievale è riferita da Pietro Diacono nel Registro Cassinese del 1066. Altre notizie giungono dalla Bolla di Clemente III del 1188, indirizzata al vescovo dei Marsi Eliano, nella quale sono riportati cenni sul paese e sulle sue chiese. In età sveva, il paese è ormai un castrum dotato di mura difensive con torrette, due porte di città e la torre vedetta cintata a pianta quadrata di tradizione normanna, di cui restano visibili solo i tre lati e sulle cui mura a cortina si imposta il fianco sud del castello cistercense, l’unico ancora in piedi.

Dai Focolaria angioini dei 1273 lo troviamo affiancato ai vicini Speronasinum, Vicum e Catsulum. La politica di contenimento adottata da Ruggero II conte di Celano, nei confronti dei conti Marsi comportò non solo la divisione del feudo nelle contee Albe e Tagliacozzo e Celano, ma favorì la costituzione delle Univerisitas, libere associazioni di cittadini, basate su norme di diritto privato contenute in specifici statuti. Il centro, mai stato infeudato, fu trasformato nell’Universitas Litii, mantenuta e favorita da Federico II, perché in una zona di estrema importanza per la delimitazione dei confini del regno. A seguito della Battaglia di Tagliacozzo, Carlo d’Angiò donò il territorio come feudo facente parte della contea di Celano al francese Federico S. Dionigi, che dopo pochi decenni, nel 1302, lo cedette al Convento Cistercense di S. Maria della Vittoria a Scurcola Marsicana. Nel 1402 i leccesi, approfittando della difficile situazione economica e sociale nella quale versava il Monastero, riuscirono a riacquistare i privilegi che gli derivavano dall’essere terra demaniale, grazie al privilegio di re Ladislao che la dichiarò “sub dominio e demanio Reali”.

La conquista ebbe, però, breve durata: Licium, il centro più popolato dopo Celano, pur mantenendo i suoi privilegi, venne annessa alle proprietà del giustiziere del Regno, il conte Cola o Nicola di Celano, passando sotto l’autorità della contea dei conti dei Marsi e seguendone le sorti. Nel XVI secolo la giurisdizione della zona passa ai Piccolomini: documenti d’archivio attestano variegate calamità sociali e naturali che provocarono la graduale decadenza del paese. Estorsioni, depredazioni e la condotta delle autorità amministrative e militari spagnole di passaggio per Lecce, comoda sosta nel tragitto verso Napoli, furono così sentite da provocare nel 1643 una formale protesta del viceré Don Antonio Fernandez di Toledo. La peste del 1656 decimò la popolazione, causando l’abbandono di numerose abitazioni: un esodo che si protrasse fino al XIX secolo. Il Catasto Onciario del regno delle Due Sicilie, compilato del 1753, testimonia una discreta ricchezza e un nucleo abitativo di 1100 unità. Fino al XIX secolo, le principali attività economiche sono il commercio di legname e soprattutto la pastorizia: i leccesi si spostano abitualmente in Puglia, conducendo anche le pecore di altri centri vicini, come nel caso di Ortucchio. Il prosciugamento del Fucino porterà ben pochi benefici, causando la diminuzione dell’umidità e la conseguente estinzione dell’ulivo e di altre colture agricole. Semidistrutto dal terremoto del 1915, il paese sarà ricostruito 300 metri più in basso rispetto all’abitato originario.

Nel territorio del comune di Lecce sono stati rinvenuti due insediamenti neolitici. Il primo di questi, Rio Tana, è stato scoperto durate una campagna di scavo del 1992 da Ventura, lungo il canale di bonifica Rio Tavana. Sempre in prossimità del Rio Tavana, ai piedi del versante settentrionale di Colle Bucilla, sono state rinvenute due frammenti di ciotole riferibili all’età del Bronzo. Di interesse speleologico le due grotte presenti in zona: la Grotta di Amino e quella dei Mandrilli. Quest’ultima, agibile e lunga 250 metri, presenta concrezioni di grande rilevanza: un corridoio con vasche piene d’acqua, che giungono alla sala della cascata, alta circa 15 metri.
Nelle località attorno all’abitato di Lecce nei Marsi sono state rinvenuti sette siti nei quali è stato possibile riconoscere tracce di insediamenti di epoca romana. Nelle località Ceccaia, Colle L’Iavute e Cirmo sono stati riconosciuti i resti di tre centri fortificati italici d’altura montana, databili all’età repubblicana. Il più importante è il sito di Cirmo, risalente all’età del Ferro, probabilmente abitato dalla popolazione che edificherà in seguito Vicus Annius. Presenta una pianta ovoidale: all’esterno è ancora ben visibile il fossato difensivo scavato nella roccia, largo mediamente cinque metri, mentre il circuito murario ben conservato sui versanti nord e ovest ha uno spessore di 2,40 metri. Su questo lato si apre una porta di tipo “a corridoio interno obliquo”, non ben individuabile a causa di uno scavo clandestino. All’interno del recinto murario non sono distinguibili strutture abitative, ma resta una fossa ovale, che segnala la presenza di una cisterna italica, nelle cui vicinanze è stato rinvenuto un frammento di tegola a sigillo rettangolare con parte di un’iscrizione. Questo reperto potrebbe confermare l’esistenza di un tempio, probabilmente convertito in epoca medievale della chiesa di S. Biagio, che le Cronache Cassinesi del 1047 danno ubicato sul monte Sabuco. Nel sito sono state rinvenute monete in argento e bronzo, datate tra il IV secolo a.C. e il IV d.C., ex voto e altri reperti in ceramica, che comprendono un arco storico dall’età del Ferro al basso Medioevo. Sotto il centro abitato, lungo l’antica via di comunicazione tra Vicus Annius e Litium, era ubicata la sorgente del Pozzo dell’Otre, principale fonte di approvvigionamento idrico della zona: della strada permangono solo i tipici tagli su roccia e terrazzamenti, che rimandano alla tipologia riscontrabile nella “via Romana” ad Aielli Alto. Dell’originaria recinzione muraria a pianta circolare del sito di Ceccaia è possibile osservare solo frammenti della fascia interna ad anello. L’insediamento di Colle L’Iavute, come per l’antica Litium, presenta ha una struttura bicuspidale con pianta ovoidale. Si conservano tracce delle recinzioni in opera poligonale. Presso Fonte Acqua Santa e in località Cretaro sono collocabili due piccoli santuari italico-romani. Nella primo caso, l’area destinata al culto doveva trovarsi al termine del Vallone di Lecce Vecchia, sotto le rovine del paese. Nella zona sono stati rinvenuti ex voto in ceramica raffiguranti parti anatomiche e animali, mascherine quadrangolari tipiche del territorio fucense e un obolo argenteo di Phistelia, databile tra il 380 e il 350 a.C. A Cretaro, in corrispondenza del versante nord-ovest del Monte Turchio, lungo la strada montana che da Castelluccio arriva a La Cicerana, sono stati raccolti ex voto e mascherine di tipologia affine a quelli di Fonte Acqua Santa, oltre a monete in bronzo e argento romanocampane e di Neapolis, datate III secolo a.C. Sul versante nord di Castelluccio sono state rinvenute tre tombe databili al I secolo a.C.

La struttura è a camera con pianta rettangolare, all’interno restano tracce di panchine interne e dell’incavo per la deposizione del corredo funerario. Probabilmente in origine l’accesso era formato da porte girevoli in pietra, simili a quelle della vicina necropoli di Taroti. Nelle località Campo e S. Rocco, sono state rinvenute tracce di abitazioni agricolo-pastorali dotate di terrazzi e cortili esterni a pianta quadrata o rettangolare e costruite utilizzando grandi blocchi appoggiati sulla roccia. L’analisi delle murature conferma la datazione all’epoca rinascimentale, come indicato dalle iscrizioni presenti sui resti di due edifici, il primo nell’area di Amplero (1504), l’altro a Campo (1506). Mancano totalmente tracce delle coperture, ancora visibili nella prima metà del Novecento. Grazie alle testimonianze locali, è possibile affermare che fossero costituite da un tetto in legno, composto da piccole tavole.

VICUS ANNIUS

Il villaggio di Vicus, nell’attuale località Castelluccio, si era formato in epoca repubblicana: a seguito dell’accordo di pace tra Roma e i Marsi del 302 a.C., la gens Annia scelse quest’area come sede del proprio villaggio. L’insediamento prende il nome di Vecus Anius, poi Vicus Annio e fu utilizzato fino alla fine del mondo antico. Il sito italico è strutturato in piano, sui lati del Rio Tavana e sul pendio di Castelluccio. Il collegamento con gli insediamenti vicini era garantito da strade montane, lungo le quali sono stati rinvenuti tombe e tracce di piccoli templi. Il santuario principale, ubicato a sud del centro abitato, era collegato alle sorgenti e al corso del Rio Tavana. Dedicato a Valetudo, divinità di matrice e formazione marso-umbra, presenta un impianto a terrazze digradanti impostate sul pendio roccioso del Vallone di Macrano. I reperti abbracciano un arco temporale dal periodo italico-romano al Medioevo, tra i più rilevanti vi è un tesoretto monetale composto da sette chilogrammi di argenti di Neapolis. Con il riconoscimento della cittadinanza conferito ai Marsi a metà del I secolo a.C., il centro viene incorporato nell’ager del Municipium di Marruvium (San Benedetto dei Marsi) e dotato di un impianto ortogonale, con un sistema viario organizzato con strade longitudinali strette e parallele. In epoca medioevale, dall’879 al 1031, il controllo della zona passa al monastero di Montecassino. Distrutto nel 1463 da Ruggiero Acclozamora, figlio di Leonello e Iacovella, il villaggio fu abbandonato e ricostruito più in alto sulla collina di Castelluccio

Rifugio La Cicerana

ANTICA LITIUM

I resti del centro fortificato italico sono scarsamente riconoscibili, a causa dei crolli provocati dal terremoto del 1915. Dall’analisi del recinto murario difensivo si riscontrano resti di opera poligonale, che ne confermano l’esistenza. La fortificazione presenta una pianta ovoidale allungata caratterizzata da due alture poste a nord e a sud. Sul sito sono presenti resti di terrazzamenti, colonne in pietra calcarea locale, tracce di tegolame romano e frammenti ceramica italica e medioevale. Sull’altura della torre sono stati rinvenuti una fibbia in bronzo raffigurante una clava erculea e tre bronzetti raffiguranti Ercole combattente e in riposo, datati al IV-III secolo a.C., e un’offerente femminile del IV secolo. Lo scavo ha restituito anche due monete argentee e una in bronzo relative a Neapolis, due in argento di Phistelia e monete campano-romane che riportano la dicitura “Roma” o “Romano”

Antica Litium

TRADIZIONI POPOLARI

Eventi religiosi

• 3 febbraio, frazione di Vallemora: Festa del patrono San Biagio. L’usanza vuole che oltre alle celebrazioni liturgiche e devozionali si consumino le tradizionali ciambelle dedicate al santo. • mese di aprile: Festa di Sant’Antonio Abate e della Madonna delle Grazie. • mese di settembre: Feste della Madonna Addolorata e San Biagio. • 11 novembre: Festa di San Martino. Per l’occasione vengono preparate le caratteristiche focacce: all’impasto viene aggiunta una moneta, buon auspicio per chi la morderà. • 13 dicembre: Festa e Fiera di Santa Lucia. Il grande mercato si tiene nell’omonima valle, nella parte superiore del paese.

Eventi enogastronomici

• 7 agosto: Sagra dell’Agnello. • 12 agosto: Sagra del Cinghiale


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