Serramonacesca ai piedi del versante orientale della Maiella

Serramonacesca ai piedi del versante orientale della Maiella - Arte e Cultura Luoghi

Serramonacesca, uno splendido paese a soli 260 m sul mare che si erge lungo il corso del fiume Alento, le cui sorgenti, di cui si consiglia la visita, sono ad appena 2 km di distanza. Il fiume, dopo il tratto iniziale, nei pressi della Abbazia di San Liberatore a Majella diventa sotterraneo per riaffiorare dopo circa 200 metri. Serramonacesca ha legato per lungo tempo le sue sorti, e probabilmente il suo nome, al monastero di San Liberatore a cui fu ceduto in proprietà e di cui costituì uno dei principali possedimenti. La parte più antica dell’abitato, è quella del quarto di Fara posto sulla sommità del paese, che dal toponimo evidenzia l’origine longobarda e richiama l’antica “Fara de Laento”. L’interpretazione etimologica del nome Serramonacesca deriva da una prima parte derivante dal latino medievale serra (“chiusa, luogo stretto, “catena di montagne”) e da una seconda parte aggiunta dopo, tratta dal latino medievale “monaciscus” (del monaco, monacale) . L’antico castrum Serrae si è successivamente sviluppata a nord in maniera tentacolare per cui la forma unitaria attualmente leggibile risulta in realtà dalla unione di più nuclei distinti che hanno come cerniera la piazza principale.

Chiesa di Santa Maria Assunta

Nel centro storico vi è chiesa di Santa Maria Assunta, edificata nel XIII secolo in stile romanico, ma ristrutturata a partire dal 1826 fino al 1843 sulle basi del preesistente edificio. Essa è ricca di materiali provenienti dal Monastero di San Liberatore. La chiesa presenta un’imponente facciata a blocchi di pietra ed è dedicata ai santi patroni Antonio da Padova ed Onofrio eremita. Sulla destra con funzione di fonte battesimale è presente la vasca della fontana di Gradasso, detta anche la “tazza di Orlando”, che stante la descrizione che ne fa Padre Serafino Razzi che visitò il monastero il 4 Giugno 1577 era posta all’ingresso del monastero unitamente ad un leone in pietra posto all’ingresso della chiesa sul lato sinistro che è il superstite dei due che adornavano l’ingresso di san Liberatore. La chiesa presenta tre portali, la torre campanaria quadrangolare e la cuspide piramidale. Al suo interno possiamo ammirare due statue settecentesche una di San Rocco e l’altra di Sant’Antonio abate. Di fine settecento è la statua del Cristo Liberatore posta nella cappella sinistra del transetto, che è venerata il 14 settembre con festeggiamenti religiosi e civili. Proveniente dal Monastero di San Liberatore anche un bel dipinto raffigurante “Maria Regina tra i Santi”. La chiesa presenta alcuni simboli che da taluni potrebbero essere definiti esoterici, quali il fiore della vita, l’occio onniveggente posto all’interno di un triangolo e la scritta “Terribilis est locus iste”, presente anche nella Chiesa di Rennes – le – Chateau in Francia.

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Chiesa di San Rocco

All’ingresso del paese di fronte alla porta che immette lungo la strada per Manoppello e Roccamontepiano vi è la chiesa di San Rocco . L’edificio è molto antico e dovette essere in origine un ospizio ed un luogo di accoglienza per pellegrini, poi divenne sede di una confraternita locale. Al suo interno vi è un interessante altare del ‘600 in stucco mentre la statua di San Rocco riferibile al medesimo periodo, è oggi esposta dentro la chiesa di Santa Maria Assunta che è la chiesa parrocchiale.

Chiesa rurale di Santa Maria delle Grazie

Lungo la strada che dal paese conduce all’Abbazia vi è la chiesa rurale di Santa Maria delle Grazie, sorta secondo la leggenda sul luogo dell’apparizione della Madonna ad un messaggero inviato dall’abate di Montecassino al Priore di San Liberatore. La chiesa conserva anche un pregevole dipinto della “Madonna del Latte” riferibile alla scuola senese del XVI secolo, opera di un manierista che riprende lo stile di Ambrogio Lorenzetti. La tela era stata trafugata e poi recuperata ed è ora conservata all’interno della chiesa di Santa Maria Assunta , ma non esposta al pubblico per motivi di sicurezza.

Storia

Il territorio attorno al paese ha lasciato molti segni di antropizzazione preistorica e numerosi ritrovamenti archeologici testimoniano la presenza dell’uomo anche in età italica e romana. Tracce di industria litica sono stati rinvenuti durante gli scavi condotti nel 1952 da Antonio Radmilli nei pressi di Castel Menardo, nelle Grotte dei Mandroni a Contrada Brecciarola ove sono stai rinvenuti reperti del Paleolitico medio e fauna . In località Capo d’Acqua (100 metri sopra il livello del fiume) vi è la Grotta dei Corvi , ove al suo interno sono stati trovati resti di abitato dell’età del Bronzo e dell’età del Ferro rinvenuti da A.M. Radmilli . In località Santa Maria sono stati rinvenuti resti di un giacimento preistorico; in località al di là di Torre Polegra, circa 100 m. sopra il livello dell’Alento: la Grotta delle Tre Boccarelle ove sono state rinvenute tracce di frequentazioni umana con materiale litico musteriano e ceramica comune di epoca romana4 . “Altri idoletti italici, fibule, fuseruole e resti di arredi funebri sono riemersi in contrada San Lorenzo, nelle immediate vicinanze di un’antica cappella dedicata al Santo Martire. Altre tombe con il rinvenimento di cuspidi di lance e vasi databili tra il VI ed il IV secolo, sono stati rinvenuti in contrada Garifoli (nome che fu attribuito alla contrada sin dall’epoca longobarda). In contrada Colle Serra sono stati rinvenuti resti di abitato italico e romano; mentre in località San Gennaro sono stati segnalati resti di luogo di culto ed abitato italico, romano ed altomedievale e, necropoli segnalata dal rinvenimento di due tombe italiche ed una chiesa altomedievale dipendente dal Monastero di San Liberatore a Maiella. Queste due zone restano tra le più pregevoli. Di particolare menzione restano le mete “classiche” di San Liberatore a Maiella, ove oltre ai resti altomedievali del monastero e delle tombe rupestri, in località Valle dell’Alento Abbazia di San Liberatore – Grotte delle Colonne o del Tasso sono state rinvenute delle scritte latine sulle pareti della grotta. Altro luogo interessante da visitare è Castel Menardo.

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Questo castello agli inizi costruito in legno grazie ai Longobardi, è probabilmente uno dei primi castelli in Abruzzo. Il luogo presenta sia i resti altomedievali del fortilizio sia tracce di industria litica. Successivamente il castello fu fortificato dai normanni e dagli Svevi e pare che poi, a seguito di una ribellione, fosse fatto distruggere da Federico II di Svevia. Interessante la torre Polegra anch’essa di origine longobarda con resti dell’abitato altomedievale e della fortificazione medievale, probabilmente abbandonato in seguito ad una pestilenza. La zona di Serramonacesca ha rappresentato, unitamente al versante della Majella Settentrionale un territorio ove la presenza longobarda è stata massiccia. Non solo, ma in documenti del IX secolo si menziona una Fara de Laento da identificare nell’attuale nucleo abitativo; tuttora un quartiere del centro storico del paese conserva il nome di “Fara”. Ma vi è di più: due degli antichi tre nuclei rurali di abitato altomedievale conservano tuttora gli stessi nomi: ci riferiamo alle contrade Garifoli e S. Gennaro . Inoltre, uno studio multidisciplinare inerente la Paleobiologia dei Longobardi in Abruzzo, ha esaminato le caratteristiche morfologiche e genetiche di 19 scheletri longobardi rinvenuti quasi tutti sulla costa abruzzese, con quelle di 148 individui abitanti essenzialmente aree della Majella settentrionale ove si è riscontrata una dominazione longobarda di maggiore antichità, riscontrando nel campione attuale la presenza di ben quattro caratteri cranici discontinui (sutura metopica, incisura mediale sopraorbitaria, forame mentoniero seni frontali) dei sei caratteri che interessavano il campione antico . Ciò sta ad indicare la presenza di punti di convergenza nell’ambito delle variabilità morfologiche dei suddetti caratteri. “In base alla definizione stessa di “carattere epigenetico”, tali convergenze morfologiche rispecchiano un patrimonio genico che presenta tratti comuni alle due popolazioni antica e moderna”. Gli studiosi hanno anche rilevato come dal Memoratorium di Bertario alla data della sua morte (833 d.C.), buona parte dell’Abruzzo interno presentasse abitati fortificati e “castella” ben prima dell’incastellamento vero e proprio; da questo ne hanno dedotto che i Longobardi diedero il via a queste fortificazioni in risposta al consolidamento delle difese bizantine sulla costa. Un ulteriore elemento della dominazione longobarda in Serramonacesca e zone limitrofe ci viene fornito anche dal progressivo rafforzamento del rapporto tra l’aristocrazia longobarda e le grandi abbazie benedettine attraverso donazioni e passaggi di beni dai grandi proprietari longobardi verso l’abbazia di Montecassino. Il fenomeno può essere giustificato dalla fine del Regno d’Italia e di Desiderio (774 d.C.) e di come in questa fase di transizione vi fosse bisogno , da parte dell’aristocrazia longobarda di appoggiarsi ad un soggetto, quale la Chiesa, dotata di potere politico ed economico ed in grado di ben rappresentare presso i Franchi le esigenze della classe dirigente locale longobarda.

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Questo processo si accompagnava anche con un mutamento da parte dei Longobardi dei riti funerari. Le istituzioni ecclesiastiche si mostrarono sensibili a tali istanze riuscendo a ben gestirle ed a farne uno strumento di reciproco rafforzamento politico e patrimoniale. Vari esempi possono essere tratti proprio dalle fonti cassinesi contenute nel “Memoratorium” di Bertario : ad es. quello di Maio de Piscaria (Maione), grande proprietario longobardo, che possedeva ben fare per un’estensione complessiva di 5.800 moggi di terra. Ebbene questi, vissuto tra il tardo VIII secolo e la metà del IX secolo era fratello del preposto di S. Liberatore a Majella, Poderico. Maione aveva fatto varie donazioni alla chiesa cassinese di S. Silvestro di proprietà situate in località Orni di Canosa Sannita, antico presidio bizantino, ed anche lungo la costa teatina. Anche in questo caso vi è la prova di come i Longobardi si fossero insediati riadattando il luogo alle loro esigenze e continuando ad abitarlo e poi, dopo due secoli dalla prima conquista con l’avvento dei Franchi abbiano promosso un’azione di massicce donazioni ad enti ecclesiastici, proprio per ottenere un’alleanza politico amministrativa anche per la gestione del territorio. Oltre al citato rapporto tra Maione e Poderico, preposto del monastero di San Liberatore a Majella, si noti come San Liberatore a Maiella fosse già dipendenza del monastero di San Salvatore da Brescia e del ducato longobardo di Benevento. Questo dimostra la presenza dei Longobardi di Benevento in quest’area ed anche la consistenza del patrimonio cassinese verso cui confluivano i lasciti e le donazioni longobarde. Un altro esempio citato da Andrea Staffa, riguarda una cessione che nel 1064 l’abbazia di S. Maria di Montesanto, ubicata presso Civitella del Tronto e dominante tutta l’alta valle del Salinello che ricomprendeva tra i suoi domini entrambe le necropoli longobarde di Civitella del Tronto e di S. Egidio alla Vibrata, effettua in favore del Monastero di San Liberatore a Majella. Il patrimonio consiste in ben 2.000 moggi di terra posseduti nella val Pescara tra il fiume Pescara ed i fiumi Nora e Fontecchio e la zona di Pianella. Ulteriori ricerche effettuate da A. Staffa farebbero evidenziare un collegamento tra queste proprietà e le donazioni di grandi proprietari longobardi ormai stanziati nel teramano, i cui antenati avevano partecipato alla conquista della Val Pescara bizantina prima della metà del VII secolo.

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La stessa abbazia di Montecassino acquisì proprio da Maione de Piscaria le tre curtis di Casale Prandi, Garifuli e S. Ianuari. L’opera di ricostruzione operata a partire dal 1007 dal monaco cassinese Teobaldo, priore del Monastero di San Liberatore, è degna di menzione, poiché anche se le prime opere dovettero essere in legno, egli diede il via ad un processo di ricostruzione aiutato dalle maestranze cassinesi che poi, i successivi lasciti e donazioni patrimoniali rafforzarono dal punto di vista finanziario. Inoltre, tale azione fu affiancata anche da privilegi fiscali riconfermati nel XII secolo da Lotario II e nel 1216 da Onorio III, che ribadì come quelle terre fossero esenti dal pagamento di qualsiasi tributo e, come tutti i possedimenti di San Liberatore ricadessero sotto la piena autonomia dei monaci cassinesi. Grazie a questo processo di accumulo di capitali, fra il XI ed il XII secolo l’Abbazia fu ricostruita nelle forme attuali e divenne un importante centro di cultura con biblioteca ed annesso scriptorium . Questo processo di sviluppo favorì anche quello dei vicini castelli di Menardo e di Polegra, anch’essi di origine longobarda. Nel 1268 Castel Menardo era stato smantellato da Carlo D’Angiò dopo la battaglia dei Campi Palentini (23 Agosto 1268) perché aveva dato ricovero a milizie sveve. Nel 1368 il nucleo abitativo di Serramonacesca contava 110 fuochi, mentre quelli del castello di Pomara erano 89, quelli di Casale San Pietro erano 38 , quelli di Castel Sant’Angelo 50 e 40 i fuochi del castello di Polegra. Quest’ultimo nel 1432 risulta abbandonato , probabilmente poiché i suoi abitanti a seguito di qualche pestilenza avevano bruciato i siti infetti ed erano confluiti nel nucleo abitato principale di Serramonacesca. Un ulteriore motivo di sviluppo economico, come del resto anche per altre abbazie fu quello dell’industria armentizia che si traduceva sia attraverso il possesso diretto delle greggi sia attraverso l’affitto dei pascoli, la lavorazione dei prodotti (lana in primis, ma anche latte, formaggio, carni etc.). Da non dimenticare che la stessa famiglia dei Medici acquisì tutti i feudi dell’antica baronia di Carapelle posti nell’altopiano di Navelli, non solo ma acquisirono anche il feudo di Bussi nella Val Pescara, proprio per incrementare i traffici commerciali della lana. Non sorprende, quindi, se l’importanza economica di tali traffici dessero vita a contenziosi . Per tale motivo il 19 Giugno 1412 fu effettuata la spartizione dei pascoli della Majella, e non mancarono contrasti con la popolazione locale e poi con l’università di Pretoro e con la città di Chieti. L’Abbazia nel XVI secolo continuò ad avere controversie per il possesso dei pascoli di montagna: una prima lite giudiziaria con l’università di Pretoro si concluse nel 1582 con un accordo con i pretoresi nel quale si effettuava una ripartizione dei confini dei territori contesi , inoltre essi si obbligavano a versare al monastero di San Liberatore la somma di 300 ducati a tacitazione delle pretese indebitamente avanzate. La seconda lite riguarda una controversia con la città di Chieti che veniva risolta il 19 Aprile del 1526 con un atto nel quale il Monastero di San Liberatore a Maiella cedeva l’estesa proprietà di Silva Rea (attuale Villareia) alla città demaniale di Chieti per 1245 ducati .

 

Nel 1459 il paese risulta un feudo del duca e conte Bartolomeo Liviano (cui era stato concesso dal re Ferdinando I d’Aragona) . Nel mentre, a partire dagli inizi del 1500 cresceva in Abruzzo l’influenza ed il potere anche feudale dei Colonna. Questi nel 1480 erano succeduti nella contea di Tagliacozzo alla morte del conte Roberto Orsini, poi acquisirono la contea d’Albe ed infine, nel febbraio 1499 i Colonna ottennero anche di potersi fregiare del titolo di “duca dei Marsi”. Essendo subentrati agli Orsini essi acquisirono i feudi della contea di Manoppello tra i quali vi era il possesso, in enfiteusi, di Serramonacesca con le sue pertinenze . Questo diede vita a successivi contrasti in tema di giurisdizione sul monastero di San Liberatore a Maiella ed anche sulla nomina del preposto di San Liberatore entrambe risolte favorevolmente in favore dell’Abbazia di Montecassino, il che testimonia come questa si dimostrasse assai sensibile ai possedimenti in Abruzzo e di San Liberatore in particolare. La proprietà del feudo passò in seguito ai principi Chigi, ma nel Maggio del 1561 il monastero di San Liberatore ottenne da parte di Margherita Chigi e di Giovanni Andrea Carafa (di lei marito) la vendita della giurisdizione civile, criminale e mista su Serramonacesca al prezzo di 1850 ducati, con l’assenso preventivo del viceré Perafàn de Ribera e di Marcantonio Colonna 14 . Il terremoto del 1706 causò gravi danni all’Abbazia che fu soppressa nel 1806. Successivamente e fino al 1834 i Camilliani di Bucchianico si occuparono del Monastero.

Serramonacesca rimase sotto la giurisdizione temporale di Montecassino fino al 1806, mentre la giurisdizione spirituale (status diocesano) rimase fino al 21 Marzo 1977, quando la Sacra Congregazione dei Vescovi stabilì che che i comuni di Serramonacesca e Fara Filiorum Petri insieme alla parrocchia di Ripacorbaria fossero annessi alla diocesi di Chieti

ABBAZIA DI SAN LIBERATORE A MAIELLA

E’ una delle più antiche chiese medioevali dell’ordine benedettino cassinese. Essa risulta attestata nelle fonti già nel 772 d.C. quale monastero di San Liberatore de Majella alle dipendenze del monastero di S. Salvatore di Brescia che erano ubicate nel territorio del ducato di Benevento. Con l’avvento dei Franchi fu ceduta all’Abbazia di Montecassino e nel 884 d.C. viene menzionata all’interno di un inventario di tutti i beni benedettini. Distrutta dal terremoto del 990, fu ricostruita nel 1007 dal priore Teobaldo arrivato appositamente da Montecassino, che nel 1022 redasse un minuzioso elenco nel Commemoratorium. L’attuale struttura della badia è dovuta in parte alla ricostruzione voluta da Desiderio (1058 – 1086), abate di Montecassino nel 1080 ed eletto poi Papa col nome di Vittore III , che vi portò numerose maestranze. A partire dal XIV sec. iniziò un progressivo decadimento che culminò nel 1806 con la soppressione degli ordini monastici. Situata ai piedi della Maiella, la badia è immersa in uno scenario ricco di boschi e acque. La facciata ha uno schema con quattro lesene per lato che fiancheggiano il portale principale.

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A loro volta i due portali laterali sono fiancheggiati sulla sinistra da due lesene slanciatissime . La facciata è divisa in due ordini , presenta nella parte superiore tre monofore semplici e in quella inferiore tre portali, caratteristici del romanico abruzzese eseguiti tra il 1080 ed il 1108. Essi sono realizzati in pietra bianca e decorati con motivi ornamentali, palmette e tralci intrecciati sul modello della scuola cassinese. Il più bello dei tre portali, a motivo della pregevolezza delle decorazioni è il portale di sinistra, opera di un maestro in grado di eseguire in modo raffinato le decorazioni. Gli altri due sono opera di allievi e mostrano un livello di esecuzione inferiore. Il complesso monastico, fu trasformato in una basilica romanica, affiancata a destra da un campanile a tre ordini di archetti pensili sostenute da mensole finemente decorate, sul modello del romanico lombardo. A sinistra vi era un chiostro con vari edifici oggi distrutti a seguito di profonde frane che hanno interessato il monastero. Attualmente sul lato sinistro della chiesa sono visibili i due portali che dalla navata sinistra immettevano nel camminamento del chiostro. Nel vicino bosco sono osservabili i ruderi del chiostro e delle altre costruzioni, il che evidenzia come il Monastero fosse assai più grande dell’attuale e desse lavoro ad un alto numero di maestranze. La chiesa è a tre navate ciascuna delle quali si conclude all’estremità presbiteriale, con un’abside semicilindrica decorata con archetti pensili. L’accesso alla chiesa è per tre portali sulla facciata, ognuna in corrispondenza delle 3 navate. La facciata in pietra è scandita da una serie di semicolonnine, che si dipartono in archetti ciechi. La copertura del presbiterio è realizzata con volte a crociera, mentre la parte centrale è coperta con soffitto in piano. Sul davanti del monastero, si estendeva, segnata da una fila di cipressi, il cimitero, trasferito nel 1850, quando iniziò il restauro del complesso monastico. Ad opera di Teobaldino, monaco cassinese, furono realizzati degli affreschi, egli commissionò anche la realizzazione del pavimento in mosaico nel 1275.

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Gli affreschi dell’abside centrale sono della metà del quattrocento attribuibili da secoli ad Antonio Solario. Gli altri presenti su due pannelli sono del secolo XVI che rappresentano il monaco Teobaldo che offre la chiesa. Sul pavimento della navata centrale è stato rimontato il pavimento policromo realizzato a mosaico, che risente di influssi bizantini e risale al 1275. Anche l’ambone è stato ricostruito con le pietre recuperate (a seguito del restauro del 1967 – 1971) . Il pavimento riprende motivi della tradizione artistica bizantina quali il quincunx, ma anche l’antico pavimento musivo di Montecassino risale ai primi decenni del XII secolo ed è stato nel corso dei secoli più volte ricomposto e ricostruito; esso è stato realizzato da due maestri in epoche lievemente diverse. Presenta delle analogie sia con l’ambone di San Clemente a Casauria sia con quello di Sant’Angelo di Pianella realizzato da Maestro Acuto. A decorare l’ambone dopo i vari rimaneggiamenti sono rimasti solo tre plutei: il primo rappresenta un grifo sulla cui testa si intrecciano delle rose, il secondo due uccelli contrapposti che presentano ai piedi il motivo decorativo con due rose ed il terzo la rosa “abruzzese” racchiusa in una decorazione fitomorfa. Dei recenti studi starebbero a dimostrare l’importazione del motivo del fiore a rilievo ( o rosa “abruzzese”) presente a Gerusalemme nel Santo Sepolcro. Questo potrebbe sottintendere che delle maestranze di ritorno dalla Terra Santa possano aver realizzato queste opere ispirandosi a quelle presenti nel Santo Sepolcro in Gerusalemme viste le analogie e le similitudini riscontrate. Nei pressi si possono scorgere i ruderi delle antiche costruzioni: il Monastero che comprendeva il frantoio , il mulino ed altri edifici (magazzini, rimessaggi , officine etc.), ma anche laboratori di ceramica, fornaci etc. e sembra che vi fossero impiantati i primi mulini ad acqua in Europa. Del resto la grandezza dell’Abbazia dimostra come essa dovesse dare lavoro non solo ai religiosi ma anche alla popolazione locale, inoltre molta altra gente era alle sue dipendenze (coloni, pastori, artigiani etc.) . La prof.ssa Nicolai ci informa che nel 1595 – 1596, l’abate cassinese Basilio da Brescia fece ricostruire il porticato di prospetto sopra il quale aggiunse la residenza del Priore, mentre nel 1621 Matteo Laureto, già abate di san Salvatore in Castelli, che si era ritirato a vivere a San Liberatore, vi fece costruire un altare dedicato alla Vergine di Monserrat. Si dice che l’abbazia, nel periodo del suo massimo splendore , desse lavoro ad oltre 1.500 persone, il che non deve essere molto lontano dal vero se consideriamo l’estensione dei suoi feudi e l’elevato numero di coloni che doveva avere, oltre ai braccianti artigiani, carpentieri, muratori etc. Le palmette ed i fioroni di stile bizantino trovano imitatori sui portali di San Liberatore a Maiella, San Pietro ad Oratorium ed il portale della chiesa di San Giovanni dell’Isola (isola del Gran Sasso).

 

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Autore: Marco Maccaroni
Letture: 801 volte
Pubblicato: 14 gennaio 2020 nella categoria Arte e Cultura Luoghi