Vito Taccone

vito-taccone-700x494 Vito Taccone

E’ stato il primo grande ciclista meridionale. Personaggio complesso, tanto amato per le sue umili origini e la sua determinazione, quanto contestato per alcuni aspetti del suo carattere sanguigno e attaccabrighe. Era nato ad Avezzano, nel cuore della montuosa Marsica, l’8 maggio 1940, quarto figlio di una poverissima famiglia contadina. Vito, ancora bambino, inizia a lavorare come pastore, la guerra è appena finita e c’è miseria, di quella vera. Più tardi lascia i pianori erbosi della Marsica per diventare fattorino in bicicletta per un fornaio del suo paese. Proprio quel lavoro, che lo costringeva a percorsi duri e faticosi per la consegna del pane nelle frazioni montuose di Avezzano, formò la possente struttura muscolare e la tempra di quello che sarà il grande scalatore capace di incantare folle di tifosi in tutta Italia. Viene notato da un corridore locale, Giorgio Jenca, e inizia con successo la trafila nelle categorie giovanili, con pochi soldi in tasca, treni presi senza pagare il biglietto, coppe barattate in cambio di denaro e un grande dolore che lo segnerà: l’uccisione del padre. Tra i dilettanti si mette in luce vincendo diverse gare ed è ormai pronto per il gran salto nel mondo del professionismo.

Si affacciò alla ribalta sportiva nel 1961, l’anno in cui scompariva a 29 anni, in seguito ad una caduta nel giro di Germania, l’altro grande ciclista abruzzese, Alessandro Fantini. Però, mentre Fantini fu adottato dal taccone-1 Vito Tacconeciclismo lombardo e crebbe in quell’ambiente, Taccone rimase orgogliosamente radicato alla sua terra. Da qui inizia la sua carriera. Ventunenne esordisce, con la leggendaria maglia dell’Atala, al Giro d’Italia dove, battendo in salita il tedesco Junkermann, si aggiudica la tappa Bari–Potenza, il suo primo successo. Chiuderà quell’edizione della corsa rosa al quindicesimo posto ma vincerà la maglia verde del “Gran Premio della Montagna”, classifica riservata ai cosiddetti scalatori. Il giovane abruzzese, si mette in buona luce per tutta la stagione e vincendo la “Tre Giorni del Sud” conferma il suo valore ogni volta che la strada sale ma è solo il prologo a quello che resterà uno dei capolavori della sua carriera, il Giro di Lombardia, nell’ottobre 1961, una delle classiche più dure perché arriva a fine stagione quando tutti sono spremuti e in debito di energie e per il suo percorso sempre molto impegnativo. Quell’anno poi la corsa passava dal “Muro di Sormano”, 1700 metri durissimi al 17% di pendenza, con punti che arrivano al 25%, dove Taccone resiste all’attacco di Imerio Massignan, uno degli scalatori più forti dell’epoca, cedendogli in vetta solo una manciata di secondi. Poi nel tratto finale che porta a Como lo raggiunge e lo batte allo sprint. Una grande vittoria che fece di Taccone l’uomo nuovo del ciclismo italiano e l’eroe della sua gente in Abruzzo, raggiungendo rapidamente una popolarità straordinaria che lo riscatta dalla miseria a cui sembrava destinato. Bilancio senza dubbio positivo, tanto più per un esordiente. Una stagione da incorniciare. La sua vittoria ha un significato che va al di là dell’aspetto sportivo: viene vissuta dai marsicani come una sorta di riscatto dalle ingiustizie e dai soprusi patiti nel corso del tempo e sarà così per ogni successo di colui che, da allora in poi, diventa l’alfiere della sua gente. I mesi invernali sono un susseguirsi di festeggiamenti, anche troppi, ma il senso della misura non sarà mai il forte di Taccone e così il 1962, che doveva essere l’anno della grande conferma, saràtaccone-2 Vito Taccone una mezza delusione.La corsa rosa regala parecchi piazzamenti all’abruzzese: secondo all’Aprica e a Valdostane, terzo a Panicagliora senza però dargli la gioia di un successo parziale, a ciò, si aggiunge l’amarezza per il quarto posto nella classifica finale a pochi secondi dal terzo classificato Nino Defilippis. L’unico acuto di quella stagione un po’ sotto le aspettative è stato il Giro del Piemonte, che conferma come Taccone possa ambire non solo alle frazioni alpine dei grandi giri ma anche alle corse in linea dal percorso vallonato e selettivo. E’ contestato dai suoi tifosi, che si sentono traditi, lo insultano e lui reagisce. Cominciano le prime scazzottate, i duelli rusticani nei quali si trova coinvolto; Taccone non è uno che abbozza e se viene provocato non porge certo l’altra guancia. L’anno successivo, il 1963, è animato da intenzioni bellicose, ben deciso a riconquistare i suoi tifosi. Comincia bene la stagione vincendo due tappe al Giro di Sardegna, in una superando addirittura in volata il leggendario re delle volate Rik Van Looy, ed aggiudicandosi a maggio il Giro di Toscana. Si presenta al Giro di quell’anno in grande forma ma nella prima tappa, la Napoli- Potenza, per colpa di un ascesso, accumula un ritardo di ventuno minuti. Ha la febbre alta e sputa sangue ma non si spaventa. Nella notte gli vengono estratti ben quattro denti e l’indomani riparte, recuperando energie. Ha sette vite, l’abruzzese, e lo dimostra nella tappa che attraversa la sua terra: scollina per primo a Rionero Sannitico e a Roccaraso, ed è lanciato in fuga solitaria verso Pescara, osannato dalla sua gente. Raggiunto dagli inseguitori, dovrà accontentarsi del secondo posto, battuto in volata da Guido Carlesi. Non si abbatte, perché il suo carattere combattivo non glielo consente. E’ di nuovo in fuga nella tappa di Viterbo e, cosa mai avvenuta prima, coglie il successo in quattro tappe consecutive: Asti, il santuario di Oropa, Leukerbad e Saint Vincent, impresa che resterà nella storia della “Corsa Rosa”. Taccone dimostra la sua incredibile facilità di pedalata in salita e una sorprendente abilità taccone-3 Vito Tacconenel vincere volate di gruppo ristrette. La vittoria gli arride ancora nella terzultima tappa con arrivo a Moena, scatta sul Rolle e passa per primo su tutti i passi, arrivando in splendida solitudine e riscuotendo l’ammirazione degli appassionati. Le strade delle Dolomiti sono invase dai suoi tifosi che applaudono e inneggiano al loro campione. Per Vito Taccone è il trionfo, i tanti suoi ammiratori sono in delirio, in Abruzzo le chiese suonano le campane e si organizzano caroselli di automobili in tutte le città. Nasce così il mito del “Camoscio d’Abruzzo”. Nonostante l’incredibile cinquina, Taccone non riuscì a recuperare il forte svantaggio accumulato nelle prime tappe e terminò il giro al sesto posto ma si aggiudicò ancora una volta la classifica del “Gran Premio della Montagna”. Il giorno della conclusione del Giro, al Vigorelli di Milano, non ci sono striscioni che per Taccone, è lui il vincitore morale, e il Giro del 1963 sarà la punta più alta della sua carriera. Ora è l’homo novus del ciclismo italiano e qualche critico azzarda paragoni, accostandolo a Bartali. Leggendari, in quell’anno magico, i suoi duetti ricchi di sarcasmo con Sergio Zavoli, autore e conduttore sulla RAI del famoso “Processo alla Tappa”. Perché Vito, ragazzo cresciuto tra mille difficoltà e mille sacrifici nel cuore dell’Abruzzo, è così, sanguigno, focoso e istintivo come pochi. Entra di diritto anche nella storia della televisione italiana con alcune sue affermazioni come: “Devo essere lupo perché ho fame, la mia famiglia ha sempre avuto fame. Ogni vittoria è una rapina”. “Io vado alle corse come un rapinatore entra in una banca. Ogni vittoria significa una cambiale di trecentomila lire che mia madre non deve più pagare”. Zavoli capisce subito che quando c’è quell’abruzzese chiacchierone lo spettacolo è assicurato. Taccone polemizza con tutti, usando un linguaggio colorito pieno di espressioni dialettali e sembra un personaggio uscito dalla Commedia dell’arte. Il perfetto “alter ego” del compito e forbito Vittorio Adorni, l’altro grande protagonista delle trasmissioni di Zavoli. La tenacia e l´irruenza, anche nel denunciare ingiustizie e slealtà, segnerannotaccone-4 Vito Taccone ogni fase della sua vita. Con Taccone non ci si annoiava mai, in corsa e nel dopocorsa. Quando era in bicicletta aveva sempre uno scatto in serbo per scompaginare le carte e dopo l’arrivo aveva sempre una parola da dire, spesso anche fuoriluogo e inopportuna ma sempre rigorosamente autentica e schietta. Nel 1964, passa alla Salvarani, ove resterà per due anni, vince in primavera il Giro di Campania e una tappa al Giro di Romandia ma al Giro d’Italia non conferma le prestazioni dell’anno precedente e dovrà accontentarsi della sola tappa di Parma. E’atteso dai suoi tifosi a Roccaraso, in una frazione disegnata apposta per lui ma quel giorno Taccone arriva staccato perché in corsa ricevette la notizia di un grave incidente sul lavoro di cui è rimasto vittima il fratello che cadde da un palo della luce mentre eseguiva un controllo ai fili elettrici. Taccone perse la concentrazione e le forze necessarie per esaltare gli spettatori con i suoi continui scatti in testa al gruppo. Arrivò comunque a Roccaraso anche se solo quarto. Il tifo di qualche migliaio di spettatori in quel giorno raggiunse toni esaltanti e punte mai toccate prima. Per la prima volta partecipa, lo stesso anno, al Tour de France, e sarà anche l’ultima. Si presenta con intenzioni battagliere e il terzo posto in avvio ad Amiens lo conferma. Purtroppo, non si limita agli scontri fatti di pedalate, scatti e controscatti. Lui, abruzzese orgoglioso, infiamma i suoi tifosi anche a parole, con il suo modo di fare un po’ guascone e un po’ ribelle; qualche provocazione di troppo e Taccone, nel cuore di una tappa, scende di bicicletta per scagliarsi sullo spagnolo Fernando Manzaneque, ne scaturì una scazzottata storica al termine della quale Taccone colpì l’avversario sul capo con la pompa della bicicletta. Dopo quella vicenda, il Camoscio decise di non prendere più parte alla corsa transalpina. Nel 1965 la vittoria alla Milano-Torino di marzo promette bene, ma chiude il Giro d’Italia in sesta posizione dopo essere arrivato secondo in quattro tappe, in realtà la tappa di Maratea lo vide vincitore ma prima di tagliare il traguardo chiude vistosamente contro le transenne Luciano Armani che lo sta superando, poi addirittura lo trattiene per la maglia. Ovviamente viene squalificato ma lui non ammetterà le sue scorrettezze di quel giorno neanche a distanza di trent’anni in una simpatica rimpatriata televisiva. Gli ultimi acuti di una carriera breve ma fenomenale al tempo stesso arrivano nel 1966, con la maglia Vittadello, a fianco di quello che diventerà un guru del ciclismo nostrano come Franco Cribiori. Si aggiudica la sesta tappa del Giro di Svizzera che fa da preambolo al Giro d’Italia. Prima tappa, volata a Diano Marina e vittoria del Camoscio davanti a Mealli e Zandegù. Per la prima e unica volta, Taccone veste la tanto ambita maglia rosa, ma le soddisfazioni di quel Giro terminano lì. La stagione viene però riscattata con la vittoria finale del Trofeo Matteotti nel suo Abruzzo, battendo il favorito Felice Gimondi. Nel biennio 67/68 non ottiene grossi risultati, ma la convocazione in nazionale per il Mondiale di Imola è uno stimolo importante. Non è la prima volta che Taccone veste la maglia azzurra, ma quel giorno gli viene affidato il ruolo di marcare il “cannibale” Eddy Merckx e Vito svolge il compito a modo suo. Per dimostrare al belga che non ha la minima difficoltà a stargli a ruota, a un certo punto gli pedala in faccia con una gamba sola. Sara quinto all’arrivo. Intanto gli anni migliori della carriera erano passati e così nel 1970 dopo due Giri d’Italia sbiaditi fatti di soli piazzamenti, Taccone chiude con il ciclismo con un bottino di ventisette successi all’attivo e mille aneddoti da raccontare. Otto tappe al Giro, un Lombardia, i Giri di Campania di Toscana e di Piemonte, un Matteotti, due volte vincitore della classifica per il miglior scalatore al Giro con 21 passaggi in vetta ai GPM, solo Bartali, Coppi, Fuente e Merckx hanno fatto meglio di lui, e una serie nutrita di piazzamenti di rilievo nelle più importanti corse in linea nazionali, quarantasette secondi posti non sono cosa da poco, costituiscono il palmarès di un’atleta che ha segnato un’ epoca, contribuendo in modo determinante a risvegliare l’interesse per il ciclismo in un periodo di transizione come quello degli anni ’60.

taccone-5 Vito Taccone

Sarà un caso, ma il “Processo alla Tappa”, nato nel 62, chiude i battenti proprio nello stesso anno in cui Taccone esce di scena. Quella ribalta televisiva gli regalò una popolarità immensa tant’è che, a distanza di oltre cinquant’anni, due nomi su tutti sono associati a quella trasmissione: Sergio Zavoli, che la ideò, e Vito Taccone , autentico mattatore. Il Processo sembrava fatto apposta per lui, per la sua “vis” polemica, per la sua schiettezza che piaceva tanto agli appassionati. Vittorio Adorni, con il suo eloquio forbito, appariva più distante dal sentire della gente del ciclismo, dalla sua anima autenticamente popolare. Per la generazione dei nostri padri, o, almeno, per una buona parte, Taccone era uno di loro, perché veniva dalla campagna. Perché come loro aveva patito la fame e sin da ragazzo aveva lavorato, aiutando la famiglia. Perché avrebbe voluto studiare ma in casa non c’erano neppure i soldi per comprare i quaderni. In quell’Italia dei primi anni 60, quindi, la storia di Taccone era la storia di tanti, di quelli che erano stati solo sfiorati dal boom economico e che magari non avevano neppure l’acqua in casa. Anche per questo piaceva, e non solo nel suo Abruzzo o, più in generale, nel Sud. Piaceva perché i suoi valori erano quelli del sacrificio, della fatica e della rinuncia e perché grazie a questi valori aveva lottato e ce l’aveva fatta a conquistarsi un posto nella vita. Abbandonata l’attività agonistica, si imbarcò in varie attività imprenditoriali con scarso successo; prima diventa titolare di un maglificio, poi si mette a produrre un improbabile “amaro Taccone” preparato con una ricetta segreta fornitagli, a sentir lui, dai frati di un convento. Poi negli ultimi anni lo hanno richiamato in televisione per commentare il Giro d’Italia e il Tour de France e così abbiamo potuto constatare che era sempre lui. Appassionato, sanguigno, chi lo ricordava lo rivede con simpatia, chi non l’aveva conosciuto scopre un personaggio che non ha perso la carica vitale di quando correva. Rivede un po’ se stesso in Claudio Chiappucci, un altro che attacca senza fare tanti calcoli e che è sempre contro tutto e tutti. E, come tutti gli uomini che hanno alle spalle una storia di sofferenza, non lo spaventano le prove più dure. Ha il coraggio di annunciare in televisione che nei giorni successivi avrebbe affrontato un delicato intervento chirurgico e lo dice con serenità, promettendo che si sarebbe impegnato con tutte le sue forze per sconfiggere un avversario tosto,cattivo, mostruoso: anche questa volta sarebbe stata una corsa in salita, come sempre. Il suo carattere lo ha portato anche ad avere qualche disavventura giudiziaria. Nel 1973 viene denunciato per una rissa ad Avezzano causata da futili motivi in cui sono coinvolte altre 10 persone; verrà condannato a 3 anni e mezzotaccone-6 Vito Taccone ma otterrà l’amnistia nel 1982. Altri guai giungono nel 1985, quando finisce in manette per aver partecipato ad un raid punitivo contro un hotel abruzzese per una vicenda di bische clandestine e assegni a vuoto. L’ultima nel 2007, accusato di associazione per delinquere finalizzata al commercio di capi di abbigliamento contraffatti o provenienti da furti e ricettazione. Taccone si proclama innocente e tanto per non smentire il suo personaggio non trova di meglio che incatenarsi davanti al Tribunale di Avezzano in segno di protesta. È l’ultimo colpo d’ali del “camoscio d’Abruzzo”. Una settimana dopo, il 15 ottobre 2007, muore nella sua casa stroncato da un infarto. Alla sua morte, il comune di Avezzano ha dichiarato due giorni di lutto cittadino e ha eretto in suo onore, nell’ottobre del 2012, un monumento, opera dell’artista Bruno Morelli, sul valico del monte Salviano. Battagliero in corsa e personaggio unico fuori, Vito Taccone è passato alla storia come uno dei migliori interpreti della grande tradizione italiana di scalatori, quegli atleti agili e scattanti che incendiano la folla ad ogni scatto, veri idoli degli appassionati perché affrontano con leggerezza impressionante quelle montagne che i “comuni mortali” riescono a scalare solo con enorme fatica. Oltre che campione sportivo Taccone è stato un autentico personaggio, generoso, schietto, sinceramente attaccato alla sua terra ma anche focoso, istintivo e incapace, spesso, di dominare le emozioni. Il suo carattere impulsivo gli ha anche nuociuto in carriera, per sua stessa ammissione. Perché Taccone, e non è solo leggenda, spesso andava per le vie di fatto. Il più delle volte le sue erano sempre reazioni esagerate, a comportamenti percepiti come ingiustizie e alle quali forniva sempre una sua spiegazione. Sapeva, però, anche toccare il cuore della gente, come quella volta che convinse un gruppo di manifestanti a recedere da un blocco stradale per consentire al Giro di proseguire o, ancora, quando alla Seigiorni di Montreal cantò “Mamma” dedicandola agli emigrati di tutte le nazionalità.

taccone-7-700x525 Vito Taccone

Nemico giurato del doping, metteva sempre in guardia dagli effetti deleteri derivanti dall’assunzione di certe sostanze. L’assenza di Taccone si farà sentire, perché dalla sua voce non sentiremo i ricordi e gli aneddoti dell’atleta, o quelli del personaggio, unico e irripetibile, del teatrino televisivo. Mancherà soprattutto l’ autentica passione per il ciclismo e l’amore viscerale per la sua terra, oltre a quella schiettezza così apprezzata da chi gli ha voluto bene. Rissoso e irascibile ma con un grande cuore, lo stesso che lo faceva scattare sulle salite più impervie e che ci ha regalato tante emozioni. Soprattutto per questo dobbiamo ringraziarlo. «Di così generosi non ne avremo più. Aveva un temperamento unico, anche se spesso il suo pulpito era discutibile. Era intelligente, ribaldo, furbo, possedeva calcolo e passione. Vista la generosità della sua vita, e il fatto che non si risparmiava nessun azzardo, si può dire che l’ infarto gli è arrivato tardi».(Sergio Zavoli) Della sua terra aveva tutte le caratteristiche più belle. E anche nelle sue esagerazioni c’era la misura di un orgoglio che nasceva da una insopprimibile voglia di riscatto (Ottaviano Del Turco). Taccone non era un ciclista normale, giocava d’azzardo, sempre. Dichiarava la vittoria il giorno prima della gara, come se corresse da solo, senza preoccuparsi degli altri corridori. Anquetil, Poulidor, Balmamion, Gimondi, Bitossi, che si chiamassero come gli pareva a loro, per Vito Taccone prima di ogni corsa vi era un solo favorito per la vittoria, lui. Quella dell’abruzzese fu una storia personale scritta indelebilmente a fianco a quella dei grandi del ciclismo del suo tempo, e provateci voi ad essere ricordati così, senza essere stati il migliore. (Maurizio Galli).

BIBLIOGRAFIA E FONTI: Vito Taccone, Vito Taccone racconta Taccone. La miseria, la fuga, la rosa, Roma, Compagnia editoriale, 1996; (autobiografia) Gianluca Arcopinto e Elisabetta Pandimiglio, Il Camoscio e il borraccino, Vito Taccone, Arezzo, Limina, 2011 Corrado Zunino, Addio grande Taccone bici passioni e guai, in Repubblica.it del 16 ottobre 2007 PERSONAGGI ILLUSTRI IN TERRA D’ABRUZZO Vito Taccone (1940-2007) – Ciclista 8 Silvano Calzini, Quel rissoso irascibile carissimo Vito Taccone, in Gazzettadellosport.it del 6 luglio 2012 Marco Regazzoni, Vito Taccone, in storiedisport.wordpress.com del 17 ottobre 2008 Giovanni Ranieri, Taccone, l’ultima salita del ribelle in bicicletta, in lastampa.it del 16 ottobre 2007

Mario Silvano, Ricordo di Vito Taccone, in ilciclismo.it

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