La chiesa di San Michele Arcangelo a Vittorito

san-michele-1 La chiesa di San Michele Arcangelo a Vittorito

La parte più antica si fa risalire al VIII – IX secolo, costruita si suppone dai Longobardi, considerando importanti reperti archeologici e la dedicazione dell’Arcangelo San Michele, per il quale i Longobardi avevano una grande devozione diffondendone il culto ovunque arrivando a considerarlo guerriero, difensore, patrono speciale, mettendone addirittura l’immagine sui loro vessilli. I Longobardi, si diressero verso l’Italia, guidati dal Re Alboino, attraverso il Friuli. devastando il Veneto, arrivarono a Milano, conquistando i territori della regione che fu chiamata Longobardia, e mano mano arrivarono nelle nostre contrade spingendosi fino alla Calabria e fondando due Ducati, quello di Spoleto e quello di Benevento. Troviamo i Longobardi con un insediamento di 28 famiglie a San Benedetto in Perillis.

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Durante i lavori eseguiti nel 1970 dalla Sovrintendenza alle Antichità e Belle Arti d’Abruzzo, sotto il pavimento della chiesa, liberato dalle sovrastrutture mediante impegnativi lavori di sterro, sono venuti alla luce basamenti di un’antico tempio pagano, di età imperiale del I e II secolo d.C.. Si tratta della parte centrale del tempio, cioè della “cella” che conservava il simulacro del culto, a forma rettangolare con l’ingresso sicuramente su uno dei lati brevi. Doveva essere un grande tempio, su un’ampia zona pianeggiante, sostenuta ad oriente da un muro lungo una cinquantina di metri costruito ad “opus reticulatum” in “opera cementizia” con pietre e ciottoli in malta molto dura e in “opera incerta”. Oggi il muro è poco visibile, coperto da una moderna gradinata costruita dal Comune negli anni 1982-83, all’opposto e in contrasto con la ricchezza architettonica della chiesa.

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Proprio sulle mura perimetrali dell’antica cella sono state erette in epoche medievali le navate interne dell’attuale chiesetta che risulta così a forma quasi quadrata, senza abside che sporge dal presbiterio e divisa in tre navate sorrette da eleganti e nudi pilastri a piedritti di conci regolari con semplici basi e collegati da tre conci o gole all’imposta delle archeggiature ogivali a destra (a sesto acuto, gotico), e a tutto sesto (semicircolare romanico), a sinistra, realtà che costituisce un caso architettonico molto raro, aperto a tendenza radiale, e derivato da costruzioni di epoche diverse per rifacimenti eseguiti in seguito a terremoti oppure ad alluvioni provenienti dalla sovrastante collina.
Il parametro della facciata orientata è formata da conci ben connessi ed amalgamati, cui il tempo e il sole hanno conferito una pàtina particolare; in essa in basso si aprono due finestrelle in pietra, rifinite nella parte bassa, sul davanzale, con blocchi provenienti molto probabilmente dal coronamento del podio del tempio pagano, e un portale pure in pietra, sull’architrave del quale fra altre scritte illegibili perchè abrase e ritagliate, tra un’incisione a caratterigotico-longobardi e una incisione a caratteri rinascimentali molto importante per la data 1405 si riesce appena a leggere:
A.D. DEO M…. IOHS DE… A.D. MCCCCV COLA AMICI FECIT CAPPELLE… SC…. NICOLAI …MARIA.

Nelle parole COLA AMICI alcuni hanno visto il nome di Cola dell’Amatrice, il noto pittore architetto Nicola FILOTESIO, nato ad Amatrice verso il 1480, o forse prima secondo altri storici e morto nel 1559. La data riportata nel portale è anteriore alla nascita del Cola, e quindi non può riferirsi a lui. Si può opinare che l’architrave faceva parte di uno degli altari interni della chiesa e poi in seguito usata nel portale.

Tutta la zona circostante la chiesa ha importanza archeologica. Nel 1854 in occasione di uno scavo, si trovò un pavimento in mosaico bellissimo insieme a molte mensole in pietra lavorata, a circa venti palmi di profondità. Purtroppo per l’opposizione di un confinante che vedeva messa in pericolo una sua proprietà, lo scavo venne interrotto. Le mura della parte orientale, conservano inserite, iscrizioni, lapidi funerarie. Una lapide posta all’angolo del muro (foto a lato), porta questa iscrizione:

C-LARONIUS
 L-FAVOR
 LARONIAE . > . L
 THYNDARIDI

Un’altra lapide funeraria, incassata nello stesso muro, porta questa iscrizione:

L SARIO L FIL SER FELICI DECURIONI CORFINIENSIUM
 IUVENI INC QUI VIXIT ANNIS XXX MENSIBUS VI DIEBUS X
 L SARIUS FELIX PATER ET PONTIA IUSTINIA MATER FILIO
 PIISSIMO ET L SARIUS IUSTINUS FRATER ET SARIA FELICU
 LA SOROR POSUERUNT
 L.D.D.D.

Che va letta così:
 L(ucio) Sario L(uci) Fil(io) Ser(già tribù) Felici Decurioni Corfiniensium iuveni inc(omparabili) qui vixit annis XXX mensibus VI diebus X L(ucius) Sarius Felix Pater et Pontia Iustina Mater filio piissimo et L(ucius) Sarius Iustinus frater et Saria Felicula soror posuerunt. L(ocus). D(atus). D(ecreto). D(ecurionum). E’ una lapide funeraria a ricordo di un giovane di trent’anni, sei mesi e dieci giorni, da parte del padre, della madre, del fratello e della sorella, con decreto dei Decurioni. La lapide, circondata da una bellissima cornice, è lunga mt. 1,35 e alta mt. 0,38. Le lettere sono separate da punti a triangolo e da “hedere distinguentes” e sono alte cm. 4,5 al rigo 1, cm. 3,5 ai righi 2 e 5, cm. 6,5 al rigo 6.

Giustamente, è stato detto che la povertà e la frammentarietà della veste esterna della chiesa non lasciano prevedere il pregevole interno e i preziosi cimeli di arte alto-medievale che conserva.

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All’interno, sulla parte sinistra, proprio di fronte al secondo ingresso, si apre un bellissimo arco ogivale con affreschi raffiguranti una figura intera di San Sebastiano e frammenti di un San Cristoforo. Non considerando la parte architettonica meravigliosamente armonizzata con gli ultimi ritrovamenti in seguito ai quali il pavimento è disposto su due piani, più alto della navata centrale, più basso delle navate laterali congiunti dinanzi all’ingresso, l’interno della chiesa sembra spoglio,mancando anche il presbiterio e il transetto.

L’attenzione però si accentra subito sul tabernacolo gotico appoggiato sul fondo della navata centrale sovrastante l’altare basilicale, costituito da due robuste colonne rotonde davanti a due colonne ottagonali dietro addossate al muro che sostengono la volta a crociera del tabernacolo rafforzata da potenti costoloni prismatici, delineati e modellati nello slancio ascensionale, e completamente decorati, con pregevoli affreschi quattrocenteschi. Le colonne e i pilastri hanno basi con foglie protezionali e capitelli stranissimi e dissimili che manifestano la stessa originalità di quelli del Ciborio di San Clemente a Casauria.

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La copertura, a costoloni, è decorata nelle vele con le figure a mezzo busto dei quattro evangelisti; le pareti esterne laterali raffigurano quattro santi in piedi fra i quali è facile riconoscere Santa Caterina d’Alessandria, dalla ruota dentata con la quale venne martirizzata; il lato frontale raffigura una Annunciazione molto ben conservata: dall’angelo parte come un raggio di luce e, lo Spirito Santo, sotto forma di colomba va verso la Madonna con un libro aperto in mano, rappresentazione tipica abruzzese. Le pitture quattrocentesche del tabernacolo presentano un’unità di lettura che fa presumere un’unico autore. La parete absidale prende luce nel mezzo di una finestrella ai lati della quale sono dipinti un Ecce Homo e un Cristo in mandorla, sormontati ognuno da un angelo ceroferario che volge lo sguardo a un medaglione centrale con una testa di Cristo.
 
Resti di affreschi di una raffigurazione della Madonna in trono con il Bambino che regge un globo e angeli che si trovano a sinistra dell’altare sono di epoca anteriore, essendo stata quasi dimezzata la pittura per far posto al tabernacolo. Un modesto tabernacolo è in fondo alla navata di destra, costituito da due muretti ai quali si appoggia una volta a pianta rettangolare sorretta da una cordonatura ogivale di grosso spessore, con tracce di affreschi.

Alla parte di destra sono conservate due lastre dell’VIII secolo, una di ambone e un’altra di recinzione presbiteriale. “I due frammenti riferibili all’VIII secolo, presentano un’interesse tutto particolare perchè tali testimonianze se non sono molto rare, assumono qui un valore eccezionale per l’inconsueta raffigurazione della lastra più piccola di mt. 0,84 x 0,52 che mostra un’aquila nell’atto di prendere il volo stringendo fra gli artigli un animale, probabilmente un’agnello. Sopra l’aquila sta una grande croce greca contornata da intrecci viminei e fiori. Sulla costa del pluteo sono incise le lettere della parola URSU, ad indicare il nome del lapicida. Da notare che il fenomeno dell’apparizione della firma degli artisti è caratteristico principalmente dei secoli VII-VIII”.

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Il pannello di pulpito è costituito da una lastra di pietra di mt. 0,72 x 0,97 scolpita con motivi caratteristici composti da nastri e due solchi intrecciati su tre ordini di nodi regolarmente disposti e intramezzati da piccole foglie, fiori, frutti e figure a forma di cuore. La lastra ha caratteristiche con un frammento di ambone dell’VIII secolo, conservato nel Museo del Castello di Milano, e documenta la derivazione longobarda di questo genere di decorazione caratteristica del periodo longobardo anche nella zona abruzzese. Questi reperti archeologici sono due esempi rarissimi di arte “longobarda”. Peccato che un volume sull’Arte Sacra in Abruzzo, stampato in occasione del XIX Congresso Eucaristico Nazionale che si tenne a Pescara negli anni ’70, parlando di S. Angelo di Vittorito, con superficialità nega e si prende gioco di quanto affermato su questo importante reperto archeologico, dalla parola URSU alle zampe dell’aquila prese come una “u”, alla negazione del grammatico Ursu che nel IX secolo, tenne scuola a Benevento.
 Un pezzo di marmo bigio quadrilatero, di mt. 0,79 x 0,45 con lettere di cm. 5,50, posto alla navata destra, porta questa scritta:

HANC ANTONI ARAM STATUIT
TIBI DIVE IONNIS
PASQUALIS BINI SIS MEMOR
VTQ. SUI. IDXXXX.

Doveva far parte di un altare in onore di Sant’Antonio; infatti la scritta dice: questo altare dedicò a te, o S. Antonio, Giovanni, affinchè tu sia memore di Pasquale Bini e di se stesso. Un altro altare aveva questa iscrizione nello zoccolo:

A.D. MCCCCCXXXII.
 NICOLAUS. PANGRATII.
 CONSTRUERE. FECIT. OPUS. CAPPELLE.

In magazzino, dovevano esserci molti frammenti di basi e capitelli che forse facevano parte di un terzo ciborio in fondo alla navata di sinistra, altri capitelli più grandi e basi della stessa misura sembra componessero l’ambone . Oggi ne rimane solo qualcuno.

Le severe capriate delle navate centrale e laterali non sono che travi “a vista” risalenti al rifacimento del tetto e alla demolizione della volta, avvenuta nel 1952 per opera della Sovrintendenza alla Antichità e Belle Arti d’Abruzzo. Gli affreschi, deturpati dal fumo delle candele, furono restaurati e ripuliti nel 1941 dal pittore Luigi ROSMINI di Milano; un altro intervento di rimozione di fissativo nel 1941, di pulitura, di consolidamento e di stuccatura, è stato fatto dalla ditta Benelli Lascialfari Villard di Pisa nel 1986; tutti e due per intervento della Sovrintendenza alle Belle Arti. Il ritocco pittorico è stato inteso come intervento atto a chiudere cromaticamente le perdite non in modo imitativo o comparativo dell’opera originaria ma differenziato da questa. 

 Durante gli ultimi lavori di restauro, è stato ripristinato l’altare basilicare con una mensa antica formata da una pietra di mt. 1,5 di lunghezza, di cm. 44 di larghezza e di cm. 0,6 di spessore. Nella facciata davanti dell’altare è stato incorporato un capitello corinzio, alto cm. 0,90 e largo cm. 0,68, proveniente da edificio dei dintorni, che ben si adatta alla nuova situazione.

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