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La nostra Marcinelle

 

Ho vivi nei miei ricordi i racconti di persone a me care sulle accurate visite mediche e sui rigorosi controlli professionali e di polizia, prima della firma del contratto di lavoro; poi il viaggio in treno verso Charleroi o Liegi. Bisognava aspettare che tutti gli iscritti al viaggio, circa 900-1000 persone ogni volta arrivassero a Milano. Potevano trascorrere anche settimane prima di poter salire sul treno della “mina”, come veniva chiamato allora. Quando finalmente il carico era completo, si partiva. Di solito di lunedì mattina, all’alba. In un’ora si era a Chiasso, un paio di giorni per attraversare la Svizzera, la Francia e approdare in Belgio. Su quei treni c’erano anche molti familiari che andavano a raggiungere i fratelli, i padri, i mariti. Uomini partiti da Casoli, Castel di Sangro, Roccascalegna, Gessopalena, Sant’Eusanio del Sangro, Castel del Monte, Castelvecchio Subequo, Ovindoli, Alanno, Farindola, Elice, Lettomanoppello, Turrivalignani, Rosciano, soprattutto Manoppello e tanti altri piccoli comuni (cfr. R. Melchiorre, Marcinelle, Textus, L’Aquila 2006).

 

 

Così fu per le donne della famiglia Di Berardino provenienti da Manoppello la cui storia, al femminile, si racconta in queste pagine. L’estero rappresentava la vita migliore, la promessa di una realizzazione futura per i moltissimi giovani (non più che trentacinquenni) costretti all’espatrio a causa delle disastrose condizioni italiane nel secondo dopoguerra. Le conseguenze del conflitto, non si ricorda mai abbastanza, furono devastanti in Abruzzo. L’economia abruzzese, prevalentemente agricola, era depressa, con troppe arretratezze e sofferenze in particolare nelle zone montane e rurali della Majella. Qui, del resto, era attiva l’industria chimica ed estrattiva della “Sama”, società giacimenti asfaltiferi e minerari della Majella. Molte delle vittime del disastro, più che dai protocolli italo-belgi, furono spinti all’estero dalla smobilitazione e dal ridimensionamento di una delle maggiori attività nel campo minerario. In pochi anni nell’immediato dopoguerra oltre 300.000 abruzzesi alimentarono una vera e propria epica emigrazione di massa.

 

 

Fu un’autentica epopea. Ma la terra straniera non si mostrava altrettanto generosa: il costo del viaggio era trattenuto dalla paga. A carico degli operai vi erano anche il vitto ed il fitto degli alloggi. Spesso si trattava di quelli degli ex prigionieri dei campi di concentramento, i cui grandi stanzoni erano trasformati in dormitori comuni, o di “baracche” e poche case sottodimensionate rispetto alle necessità dei nuclei familiari di cui si facilitava il ricongiungimento. Ecco allora, come leggiamo nel testo, i preziosi lavori fatti dalle donne per contribuire all’economia familiare: il cucito, la maglia, l’allevamento per l’autoconsumo e la raccolta di carbone dal terril di scarto della miniera, fatta ad esempio da Lucia che valse 12.000 franchi solo nell’affrancarsi dai costi del riscaldamento delle gelide baracche. I ricordi delle donne Di Berardino ci parlano di una comunità di intenti, di condivisioni, di lavoro di uomini e donne, mogli, mariti e compaesani, per cui “la solidarietà era la regola e la salvezza di ognuno”. Nella miseria e nella durezza della vita quotidiana gli italiani non dimenticavano l’aiuto reciproco e nemmeno il tempo del divertimento. I minatori mantenevano il piacere e la dignità dei vestiti puliti, privi della polvere nera che impregnava tutto. “Non ho mai visto mio padre sporco. Anche se li chiamavano ‘musi neri’”, dice Pia Di Berardino. Italiani dall’eleganza dignitosa, che sfoggiavano soprattutto nelle occasioni di festa, appena la radio e il grammofono con poche note riaccendevano la voglia di vivere e ballare di tutti. Infine la tragedia. Orde di uomini e donne riversati sui cancelli di Bois du Cazier fin dalle prime ore del mattino. Si moriva in tanti modi in miniera. C’erano il grisou, la silicosi, gli incidenti alle mani, i segni del nero del carbone fin sotto la pelle. Le donne erano sempre con l’orecchio teso per il timore del peggio. Antonietta rimase inchiodata davanti ai cancelli della miniera, giorno e notte, nella speranza che le operazioni di salvataggio andassero a buon fine. Era una donna sempre allegra e sorridente, ma da quel giorno cambiò per sempre. “La sofferenza atroce l’aveva pietrificata”. Questo volume è un omaggio, un dialogo aperto e ancora vivo tra tre generazioni di donne di Marcinelle, vedove e orfane che hanno raccontato cos’era il mondo della miniera di sessant’anni fa, cos’era l’Abruzzo in Belgio e quali i valori che anche dopo la catastrofe tennero unita una comunità indelebilmente segnata dal dolore.

 

 

E l’omaggio ripropone ancora una inevitabile carica di denuncia, commozione, sofferenza, umiliazione, orgoglio. I figli di quelle lacerazioni affettive sono stati segnati per sempre dalla loro prematura conoscenza del dolore che si prova quando si è privati da bambini dell’affetto di un genitore, perché emigrante per le rischiose miniere belghe. Per educazione e stile istituzionale naturalmente vocati alla discrezione, so che non si dovrebbe fare ma confesso che conosco personalmente e bene quelle storie che ho intensamente rivissuto scorrendo questo libro. Sono uno dei quei tantissimi figli abruzzesi.

 

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Informazioni su Marco Maccaroni 961 articoli
Classe 1956, perito elettronico industriale, ho conseguito attestati riconosciuti per attività su reti cablate LAN presso la IBM Italia. Ho svolto la mia attività lavorativa c/o Roma Capitale sino al 2020. Autore, nel 2014, del sito Abruzzo Vivo.

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