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Salvate il soldato Jock: così i nonni d’Abruzzo nascosero gli Alleati nel ‘43

 

I capifamiglia del borgo montano di Ciampichetti (o Ciampichitt come tuttora lo chiamano nel dialetto locale), un piccolo paesino sopra Farindola, in provincia di Pescara, si riunirono per una decisione che, in cuor loro e senza dirselo prima, avevano già preso. Avrebbero aiutato gli inglesi in fuga dopo l’armistizio del ‘43, quei sei o sette «cristiani» che dal campo di prigionia di Servigliano, oggi nel Fermano (in cui è presente e visitabile anche un «campo della memoria»), si erano spinti verso i Monti Sibillini e, passando di cresta in cresta, avevano trovato rifugio all’ombra del Gran Sasso, in Abruzzo. In fondo chiedevano solo un tozzo di pane e un nascondiglio per sfuggire alla furia dei tedeschi e questo le famiglie locali si impegnarono a dar loro.

Tra i nuclei che ospitarono gli inglesi c’erano anche Federico Costantini e sua moglie Rosina, che avevano già tre figli piccoli (Gabriele, Maria e Italia) ma non ebbero esitazioni nell’offrire il loro aiuto incondizionato e accolsero uno degli stranieri, «Jock» (questo il suo soprannome), nascondendolo nelle grotte e nelle baracche a servizio degli stazzi d’altura durante il giorno e sfamandolo in casa la sera. Così fecero gli altri abitanti della contrada con gli altri fuggiaschi. Ciascuna delle famiglie si era presa in carico un prigioniero inglese e, nel caso delle più povere, si decise di dividere lo sforzo in due. Ma nessuno si sottrasse al dovere di assistere, per una ragione superiore legata alla solidarietà umana nei confronti di persone che avevano bisogno, quel gruppetto di «inglis» che i «tidisch», con incursioni continue anche in montagna, braccavano. Quando Jock tornò in Inghilterra spedì una lettera di ringraziamento ai due coniugi e ai loro congiunti accludendo un assegno di dieci sterline, cifra con cui allora si poteva comprare in Italia un pezzo di terra grande anche un paio di ettari.

È una storia di coraggio, quella di questo piccolo borgo abruzzese, una contrada con poche case e appena dieci famiglie che vivevano di agricoltura o pascolando piccoli greggi in montagna, che riemerge dopo tanti anni grazie alle ricerche della nipote di Federico e figlia di Gabriele, Valentina Costantini, che dalle vicende della sua famiglia ha poi tratto spunto per pubblicare il romanzo Spartiamo, di recente vincitore della III edizione del Premio Letterario Clara Sereni (di cui è presidente onoraria Liliana Segre).

«I miei nonni – spiega Valentina – non sapevano neanche cosa fosse un assegno e, se mai intuirono che si trattava di soldi, non lo incassarono mai forse per il timore di conseguenze. Certo, non avevano avuto paura di esporsi al rischio di essere fucilati dai tedeschi come fa ben capire Jock, che in realtà si chiamava H.A. Barson come si firma in una lettera spedita il 2 settembre 1944 dall’Hertfordshire. Nella missiva non trova parole per esprimere la sua gratitudine per tutto ciò che avevano fatto per lui l’inverno precedente, durante quei lunghi mesi di ansietà, e si augura di poter incontrare presto tutti quelli che l’avevano aiutato». Il governo britannico, dopo la guerra, ha ringraziato formalmente i protagonisti di questa storia. La famiglia Costantini conserva come una reliquia il certificato che reca in calce la firma del comandante supremo delle forze alleate del Mediterraneo, Harold Alexander, e che ringrazia Federico per aver aiutato i militari del Commonwealth.

Il ricordo

«Ero un bambino – racconta il figlio di Federico, Gabriele, un ex carabiniere che oggi ha 84 anni – ma ricordo quei giorni come se fosse adesso: Jock era una persona straordinaria che riusciva a infonderci allegria anche in quei momenti drammatici e persino se la comunicazione tra di noi, a causa della lingua, non era semplice». In una piccola porzione di territorio com’era quello in cui vivevano e che assisteva impotente a una crudele caccia all’uomo, il ruolo della comunità locale era stato determinante per evitare la cattura dei fuggiaschi e ulteriori spargimenti di sangue. «Certo, le nostre famiglie hanno rischiato la vita – conclude – ma non hanno mai pensato neanche una volta di agire diversamente. Erano cristiani che avevano bisogno di aiuto e bisognava darglielo».

Di Nicola Catenaro per il Corriere della Sera

 

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Informazioni su Marco Maccaroni 961 articoli
Classe 1956, perito elettronico industriale, ho conseguito attestati riconosciuti per attività su reti cablate LAN presso la IBM Italia. Ho svolto la mia attività lavorativa c/o Roma Capitale sino al 2020. Autore, nel 2014, del sito Abruzzo Vivo.

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