Nasce il Parco Nazionale d’Abruzzo

Parco_Nazionale_d_Abruzzo-620x465 Nasce il Parco Nazionale d'Abruzzo

Martedì 24 Agosto 1971 Anno 105 – La Stampa – Numero 196

Nascita del  Parco Nazionale d’Abruzzo

E’ una « riserva naturale » ancora valida, ma sull’orlo di essere irrimediabilmente danneggiata dalla speculazione – Venti guardie forestali per trentamila ettari di estensione – Spariti il cervo e il capriolo, ridotti a poche unità orsi, lupi e camosci – L’impegno di un coraggioso naturalista per bloccare l’invasione del cemento Ventimila ettari di foresta di faggio generalmente in buone condizioni, comprendenti anche di quelle enormi piante millenarie che in Italia si fanno sempre più rare; altri diecimila ettari di pascoli spontanei di altissima quota; decine di montagne sui duemila metri, fra le quali tutto il gruppo della Meta; esemplari, in discreto numero, di quella fauna appenninica autoctona, rara o addirittura scomparsa ovunque altrove: tutti ambienti, corsi d’acqua compresi, per i quali la parola inquinamento non ha ancora senso. Il comprensorio giace a neppure un’ora dall’autostrada Roma-L’Aquila, a meno di due ore da Roma. E’ solcato da una rete stradale fittissima, di 250 chilometri di sviluppo, pari a quella del famoso parco americano di Yellowstone, che è trenta volte più grande, grande quanto tutta l’Umbria. Fino all’anno scorso, tutto il territorio era sorvegliato da appena otto guardie forestali, vi si potevano acquistare lotti per fabbricarci case, si poteva andare soli, senza permessi, ovunque. Ora le guardie sono diventate venti, la lottizzazione è arginata, ma ancora non ci si accorge di essere in un Parco Nazionale (salvo qualche cartello che ricorda che la selvaggina sarebbe protetta), tanto che la gente, viaggiando sparata in automobile, va a finire a Pescasseroli, che del Parco è la capitale, e suona il campanello del giardino della direzione, quello, finalmente, recintato, credendo che là incominci il territorio del Parco d’Abruzzo.

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E’ chiaro che in Italia non si ha una precisa idea di cosa un Parco Nazionale sia in realtà, ma è anche chiaro che, sotto la pressione della facilità di spostamento attuale, il Parco d’Abruzzo è in una situazione estremamente precaria. Esso è probabilmente il più importante d’Italia, uno dei più interessanti d’Europa, tanto che sotto l’impressione delle stravaganti cose che vi succedevano negli Anni 60, vi fu un’ondata di petizioni da parte delle più qualificate organizzazioni internazionali: dall’Uicn, al Wwf, al Consiglio d’Europa, che hanno finalmente scosso la riluttante opinione pubblica del nostro paese. Ma che Parco è, se vi si penetra, costruisce, compera, taglia legna senza difficoltà alcuna? E’ un parco all’italiana. La storia comincia alla fine dell’800. Allora la foresta era una vera foresta vergine, fatta di foltissimi faggi annosi, enormi, con festoni di licheni pendenti dai rami, ed un densissimo sottobosco. Così la descriveva, ancora, nel 1914, il botanico romano Romualdo Pirotta. In questa foresta erano frequentissimi orsi, lupi, camosci, caprioli, cervi, gatti selvatici, e tassi, lontre, volpi, faine ecc. ecc.; ma la caccia cominciava a farsi pesante, tanto che la lince, proprio a quei tempi, si estingueva. Un bel giorno e precisamente nel 1872, Vittorio Emanuele II fece sapere che gli sarebbe piaciuto andare a caccia dell’orso in Abruzzo. Prontamente le giunte comunali di Opi, Pescasseroli, Vallelonga, Collelongo, Lecce, Gioia, Balsorano e Castellafiume riservarono la caccia grossa al Re. Questi accettò nel 1873, affidò la riserva alle guardie campestri e forestali dei rispettivi comuni e realizzò così il primo embrione di Parco d’Abruzzo. Una enorme orsa fu addestrata con ghiotti bocconi a recarsi tutte le notti al « Balzo dei Tre Confini » nell’attesa di un appuntamento con le regali fucilate. Ma per svariati motivi, Vittorio Emanuele II non vi potè poi andare mai, e alla sua morte Umberto I fece sapere di non avere intenzioni venatorie. La riserva fu abolita e incominciò una furibonda strage di selvaggina. Fortunatamente nel 1899 Umberto I andò un giorno a caccia in Abruzzo, e i Savoia ripresero gusto alia riserva, che, fra il 1900 e il 1912, si ripopolò. Alla sua soppressione definitiva, nel 1912, ricominciarono le stragi (un solo cacciatore, in un anno, fece fuori ventisette orsi bruni) finché sotto la spinta del botanico Pirotta e dello zoologo Alessandro Ghigi, incominciò a farsi strada l’idea di un Parco Nazionale, sul modello di quelli esistenti all’estero. L’uomo politico che condusse in porto la non facile impresa, fu il senatore del Regno Erminio Sipari, nativo di Pescasseroli e molto affezionato ai luoghi, il quale venne nominato Presidente della Commissione amministratrice dell’Ente, istituito con Decreto legge 11 gennaio 1923. Le cose furono fatte molto in economia: il terreno fu lasciato in proprietà ai rispettivi Comuni, rappresentati dai Sindaci del Consiglio di amministrazione dell’Ente Parco, e la sorveglianza fu limitatissima (si è detto delle otto guardie), si che nel periodo fra le due ultime guerre si accentuò lo sfruttamento del bosco e la caccia non ebbe che poche limitazioni. ha del singolare: la denominazione «Parco Nazionale d’Abruzzo» è servita come etichetta pubblicitaria per una ondata di speculazioni scatenatasi senza freno.

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Uno dopo l’altro sparirono il cervo, il capriolo, e orsi, lupi e camosci si ridussero a poche unità a contendere ai pastori le più alte quote del territorio, incalzati dalla distruzione metodica del sottobosco e dalla continua apertura di nuove strade. Poiché, però, bene o male, negli altri distretti appenninici le cose andavano anche peggio, si arrivò agli Anni 50 con il Parco d’Abruzzo quale unico rifugio per l’Orso appenninico (Ursus arctos marsicanus, razza diversa da quella che popola l’Europa centrale, Alpi comprese), per il Camoscio a gola bianca (Rupicapra rupicapra ornata, pure razza diversa da quella alpina); per i più vecchi faggi della penisola, e come rifugio principale per molte altre specie rarissime altrove, quali il Lupo appenninico (Canis lupus italicus, razza esclusiva della nostra penisola, ove sopravvive ormai solo in 200-300 esemplari sparsi dall’Umbria alla Calabria), il Gatto selvatico, l’Aquila, il Picchio a dorso bianco, ecc., ecc. Quanto è avvenuto allora Lupo appenninico nella foresta dui Parco D’accordo speculatori e comuni (proprietari, si ricorda, del territorio) si sono incominciate a effettuare «sdemanializzazioni» incredibili a bassissimo prezzo. Pescasseroli e Lecce dei Marsi hanno venduto aree a privati a 30 lire al metro quadro. Aree alle quali per combinazione lo Stato portava poi rapidamente strade, elettricità, acqua. I terreni venivano allora rivenduti ai nuovi acquirenti per migliaia di lire al metro quadro, e vi comparivano chalet e condomini, tutti privati L’unico che si opponeva era il direttore scientifico del Parco (personaggio nominato dal Consiglio di Amministrazione, e che ai Consigli partecipa senza diritto di voto), avv. Francesco Saltarelli, il quale venne subito destituito. In seguito al suo ricorso al Consiglio di Stato, l’Ente Parco dovè sborsargli dieci milioni, facendo però in modo di restare sette anni senza direttore. Anni in cui la speculazione ha così mano libera, in cui si costituiscono due società di speculatori (la Sisipna, di impianti sportivi, e la Sapna di alberghi), che includono addirittura il nome del Parco nelle rispettive denominazioni, sfruttandolo a scopo pubblicitario. Nel 1969, finalmente, sotto le pressioni più varie (scienziati isolati, società scientifiche, accademie e organizzazioni internazionali), si arriva a nominare un nuovo direttore scientifico (si dice « sovrintendente ») che argina l’ormai compromessa situazione, reggendo, per ora, a pressioni formidabili. Questo coraggioso naturalista si chiama Franco Tassi, ed è subito diventato, a Pescasseroli, un personaggio murale. Quale è stata infatti la reazione degli speculatori al blocco delle vendite, alla disciplina dei permessi, all’aumento del numero delle guardie (e al timore, ben giustificato, di peggio)? E’ stata la facile demagogia sulle popolazioni residenti, alle quali era stato fatto balenare qualche decennio di sfruttamento totale del Parco, fino al suo annientamento completo. Anche voi (si legge su qualche giornalucolo locale) avrete le attrici ed i figli degli industriali milanesi come villeggianti; anche voi diventerete partecipi del grande turismo internazionale. Che poi in pochi anni tutto il castello di carte crolli, non interessa né gli speculatori né gli abitanti, discretamente ingenui. Ed ora qualche cenno sulla situazione attuale e su quanto Tassi e i suoi collaboratori stanno facendo per migliorarla. Accurati censimenti dimostrano l’esistenza nel comprensorio di circa 200 specie di uccelli (fra cui i rarissimi Aquila di mare, Aquila reale, Picchio dorso bianco), di quasi tutte le specie di Anfibi e Rettili dell’Appennino, di 60-80 esemplari di orsi, 10-15 coppie di gatti selvatici, 10-15 esemplari di lupo, almeno 250 camosci, qualche sporadico cinghiale. Le aumentate (ed eccellenti) guardie, con un’opera di tutela costante stanno facendo lentamente riprendere questa fauna, che è ormai facile incontrare (se guidati) per i sentieri delle zone più lontane dalle strade.

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Il Wwf si è addossato l’onere finanziario dei danni provocati dall’orso, sì che questo vive ora tranquillo (e risulta assai meno dannoso di quanto si pensava prima). Si sta tentando il ripopolamento di caprioli (che devono, fra l’altro, allentare la « pressione » effettuata sui camosci dai lupi) ed è imminente quello dei cervi. Si prospetta di riportare in qualche modo anche l’Avvoltoio degli Agnelli, e si sta disciplinando, d’accordo con la Forestale (ma non con i Comuni che negli ultimi anni hanno incassato miliardi senza versare al Parco un centesimo) il taglio del bosco e soprattutto del sottobosco. L’apertura di nuove strade è stata sospesa, data l’eccessiva viabilità già sussistente,, e si studiano invece nuovi itinerari guidati da percorrere a piedi o a cavallo. Forte dei primi risultati ottenuti, il Parco va cosi rilanciandosi sul piano turistico per tutti i mesi dell’anno e si va affermando anche come centro di incontro culturale, ospitando un buon numero di studiosi italiani e stranieri, intere scuole in visita, allievi di corsi estivi di ecologia, inseriti in un programma di campi di lavoro e di studio ecologico che, in collaborazione con il Wwf, sono là efficacemente organizzati, ed addirittura congressi. E’ auspicabile che l’atmosfera di religioso rispetto per la natura che vi si incomincia a respirare, faccia finalmente presa anche sui villeggianti, in modo che il turismo del Parco cambi definitivamente forma, aumentando le presenze nel territorio mediante una graduale sostituzione di campings, rifugi, alberghi adatti, alle deprecabilissime villette private (che al turismo non danno in realtà quasi niente), nel rispetto della natura che si intende visitare. verso rispetto, da quelle di riserva naturale addirittura integrale (ma sempre visitabili se guidati) a quelle, ben circoscritte, destinate al turismo e allo sport; una serie di iniziative culturali atte a stimolare un turismo bene inteso, e meno « di alto bordo » possibile; un potenziamento del personale; un ultericrp arricchimento del piccolo zoo e museo locali, che sono già dei modelli al riguardo. Basterebbe una volontà politica chiaramente espressa a favore del Parco e contro la speculazione privata. E’ stato presentato alla Camera dei Deputati il progetto di legge 2672 che prevede numerosi e salutari provvedimenti per il Parco ed è stato sostenuto dai voti di più di un consesso scientifico, fra i quali il XVII congresso della Società Italiana di Biogeografia svoltosi all’Aquila nello scorso giugno. Speriamo che passi, e velocemente.

Martedì 24 Agosto 1971 Anno 105 – La Stampa – Numero 196

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