Pacentro


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LA STORIA

L’identificazione dell’attuale Pacentro nel luogo dell’antico “pagus Pacinus” citatodagli storici più antichi ha affascinato e convinto molti scrittori e studiosi degli ultimi secoli, senza però trovare un riscontro sicuro. Certo è che i numerosissimi ritrovamenti nel territorio del Comune, tra i quali consistenti resti murari e altre vestigia di insediamenti dell’età preromana e romana, confermano la presenza di un centro peligno. Le prime attestazioni storiche del paese attuale risalgono ai secoli XI‐XII e un “Castellum” di Pacentro è citato nel Chronicon Casauriense nel secolo XI.Il feudo, sorto su un centro già affermato in età longobarda, venne aspramente conteso tra le signorie dell’epoca e fu al centro di sanguinose lotte con la vicina Sulmona. Appartenne, tra gli altri, ai Caldora, ai Cantelmo (che fortificarono il castello e ne fecero una delle loro dimore preferite), agli Orsini, ai Colonna e ai Barberini. Il borgo antico e il castello testimoniano ancora con la possenza dei torrioni e con il massiccio impianto difensivo le difficoltà e i contrasti dei secoli passati. Il castello, in particolare, è tra i più conservati d’Abruzzo e nell’impianto attualmente visibile (XV secolo circa) è a pianta quadrilatera, cinto da un fossato, con tre alte torri quadrangolari nella cinta interna e tre torrioni rotondi nella cinta esterna. I monti stringono Pacentro tanto da ridurre il suo orizzonte, ma in compenso la riparano dalla furia dei venti. I boschi ossigenano l’aria e le acque sgorgano fresche dalle numerose sorgenti della Maiella. A ponente il cielo su Pacentro si allarga e la vista spazia per la Valle Peligna. Al sommo della collina si erge il Castello dei Caldora, che nella sua struttura originaria risale al X secolo. Faceva parte ‐ insieme ai castelli di Pettorano, Introdacqua, Anversa, Bugnara, Popoli e Roccacasale ‐ del sistema difensivo della Valle Peligna. Inizialmente aveva una pianta triangolare con una sola torre a nord per difendersi dagli attacchi nemici. L’innalzamento della torre di nord‐est, la più antica e alta 24 m, si deve ai feudatari Gualtieri e Pietrone di Collepietro nel XIII sec. Quando poi, nel XV sec., passò ai Caldora, il castello fu ingrandito con l’aggiunta delle altre due torri e dell’ala residenziale.

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Dopo i Caldora lo tennero gli Orsini, che fecero costruire le torri cilindriche a protezione di quelle quadrangolari. Le due torri più alte hanno un’elegante merlatura con coronamento di beccatelli scolpiti con figure antropomorfe, mentre i torrioni circolari presentano feritoie per archibugi e bombarde. Una camminata per il borgo permette di scoprire altri luoghi interessanti. I Canaje è l’antico lavatoio pubblico, costruito con lastroni di pietra. Le donne vi convenivano da ogni punto del paese, trasportando sulla testa le caratteristiche uaccile (i catini di rame). La Preta tonna, o pietra dello scandalo, è una grossa pietra incavata utilizzata come antica unità di misura del grano, sulla quale i debitori insolventi erano obbligati a sedere nudi davanti ai passanti, come forma di pubblica umiliazione. Tra le chiese, merita una visita la cinquecentesca Chiesa Madre. La sua imponente facciata, ornata da un cornicione lavorato, è arricchita da una graziosa meridiana. La porta d’ingresso originaria è custodita all’interno ed è opera pregevole di un artista locale, interamente intagliata nel legno. La volta della chiesa è tutta coperta di stucchi. All’esterno, il bel campanile è secondo per altezza, nella valle, solo a quello dell’Annunziata di Sulmona. Di fronte alla chiesa si trova una monumentale fontana. Nei dintorni fanno bella mostra di sé diversi palazzi signorili dagli splendidi portali, come il seicentesco Palazzo Tonno (notare anche i particolari delle finestre) e, più avanti, Palazzo La Rocca (che ospita il municipio), Palazzo Avolio e Palazzo Massa in piazza Umberto I, Palazzo Granata (anch’esso con portale monumentale), Palazzo Simone ed altri ancora che è bello scoprire passeggiando. Tornando alle chiese, quella di San Marcello, fondata nel 1047, è la più antica del borgo. Contiene interessanti affreschi e presenta un portale di legno intagliato da artigiani locali su cui ancora si legge la data 1697. Appartiene alle chiese extra‐moenia quella della Madonna delle Grazie, eretta verso la fine del Cinquecento. E’ una tipica chiesa rurale con navata unica e pianta rettangolare. Fuori delle mura è anche quella della SS. Concezione, in stile barocco, che si estende per l’intera lunghezza su un lato del Convento dei Minori Osservanti, fondato nel 1589. Sopra l’altare maggiore della chiesa campeggia un maestoso dipinto dedicato all’Immacolata, opera del pittore fiammingo Spranger. Da notare i particolari: nella parte inferiore del quadro c’è un frate francescano con un libro in mano, è il filosofo francescano Duns Scoto; nella parte superiore c’è l’autoritratto dell’autore che guarda l’immagine femminile che si trova nel lato opposto e che forse raffigura la sua amata. Ritornando a girovagare nel centro storico, è tutto un susseguirsi di sorprese e scorci affascinanti, come quelli di via del

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Castello, di via di Sotto, di Porta della Rapa. Di notte, il borgo assume una dimensione magica, le fiammelle fatue delle luci illuminano contorni di esistenze passate, svanite, e l’urlo degli spettri è represso nella gola ‐ intorno c’è solo silenzio, mistero. Non si può, infine, lasciare Pacentro senza aver visto le pitture rupestri. Nella grotta di Colle Nusca, poco distante dal paese, mani cavernicole hanno tracciato con ocra rossa dei graffiti raffiguranti otto uomini armati di frecce e archi. Scene di caccia di parecchie migliaia d’anni fa. I prodotti tipici A Pacentro l’artigianato artistico vanta una tradizione secolare e consiste nella lavorazione della pietra bianca della Maiella, delle statuine in terracotta per il presepe (foto sopra), dei filet all’uncinetto e dei costumi femminili abruzzesi. In particolare, la lavorazione della terracotta ‐ che ha avuto il suo maestro in Peppino Avolio (1883‐1962), autore di mammuccje per il presepe che fissavano nell’argilla le fogge, gli ornamenti e i colori di un folclore tra i più interessanti d’Italia ‐ sta riprendendo dopo un periodo di decadenza, grazie a validi artigiani come Sara Galterio, Brunella Angelilli, Marco Angelilli, Pietro Di Nello. Ferdinando De Angelis, invece, è rimasto l’ultimo ad esercitare l’antica arte dello scalpellino, che in Abruzzo ha prodotto nei secoli i capolavori che si possono ammirare nelle decorazioni di case, chiese e palazzi nei centri storici.

GASTRONOMIA

La gastronomia ha carattere di sobrietà e rispecchia le tradizioni di una vita semplice, che per l’alimentazione si basa esclusivamente sui prodotti locali. Le ottime carni sono fornite dal bestiame allevato nei pascoli montani, ricchi d’erbe aromatiche che trasferiscono poi ai prodotti caseari sapori unici. Gli uliveti e i vigneti trovano nei dolci pendii collinari l’habitat ideale per una produzione di qualità. Da questa naturale armonia di colori, odori, sapori, è nata la voglia di riscoprire antiche ricette: come i maccheroni alla chitarra (foto sopra) con sugo e polpettine di castrato spolverati da un profumato pecorino, la pecora bollita all’u cuttur, i ravioli alla ricotta, gli gnocchi con sugo di pecora ed infine la polta che è diventata il simbolo della sagra culinaria. Anche questo è un piatto contadino fatto con ingredienti semplici: aglio e peperoncino soffritti in olio rigorosamente extra vergine d’oliva con aggiunta di cavoli, patate e fagioli bolliti.

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SAGRE E MANIFESTAZIONI

Pasqua : settimana Santa, celebrazione della Passione

25 Aprile : Fiera di S. Marco Evangelista

Maggio : S. Maria della Misericordia

1° quindicina di Agosto : Sagra della Polta ‐ fagioli e cavoli fritti

1° Domenica di Settembre : Madonna di Loreto ‐ Corsa degli zingari ‐ Ogni anno la prima domenica di settembre si svolge a Pacentro un “rito” davvero particolare ed antico: la corsa degli zingari. Il curioso nome deriva dal fatto che in paese si definivano “zingari” quanti camminavano a piedi nudi ed infatti la corsa si tiene e si è sempre tenuta a piedi scalzi. Ma non è solo questa la particolarità: i concorrenti, al suono della campana della chiesa di S. Maria di Loreto, alla quale la festa è dedicata, partono da un luogo segnalato da una roccia dipinta a tricolore (la pietra spaccata sul Colle Ardingo) e si precipitano di corsa, in discesa, verso il vallone del fiume Vella; quindi risalgono verso il paese fino a raggiungere la chiesa per prostrarsi, sanguinanti ed esausti, di fronte all’altare della Madonna. Un tempo il premio ambito della gara era un palio, cioè una pezza di stoffa che, in passato, era molto utile dal punto di vista pratico per ricavarne un vestito. Attualmente il premio è più di carattere simbolico e la partecipazione alla gara assume ancor di più caratteri sociali.

4 Novembre : S. Carlo ‐ Festa Patronale

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