Albergo Novecento a Roccatramonti


    Letture 2867

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da “IL TEMPO”, agosto 1954

Lasciamo la strada Marsicana n. 83 e imbocchiamo la carrozzabile che va alla Camosciara. Sulla sinistra notiamo una strada in costruzione e operai al lavoro; scendiamo dalla macchina e l’assistente, da noi richiesto, ci informa che quella strada ci condurrà sulla vicina collina dove tanti e tanti anni fa sorgeva una rocca. “Ma perché questa strada?” Azzardo. L’assistente, un vecchietto venerando nella canizie dei capelli e della barbetta fluente. “Sulla collina, fra le rovine superstiti e probabilmente a danno di queste, per iniziativa del Parco Nazionale d’Abruzzo, sarà costruito un albergo”. Risponde. Ci arrampichiamo verso l’altura coperta di radi cespugli e di rovi: l’orizzonte si slarga, la suggestione dei luoghi pulsa nell’animo trasfigurata da un senso di mistero. Di fronte, verso sud, s’allarga ad anfiteatro in un trionfo di verde la visione dolomitica della Camosciara; ad ovest s’allunga fra declivi ora dolci ora forti, popolata di faggi secolari la Valle di Fondillo; tutt’intorno cime ineguali dall’aspetto fiero come sciolte intorno a un sacrario; e in mezzo il sacrario: Rocca Intramonti.

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Qui le mura di cinta del vecchio maniero: poderose ancora nonostante le ingiurie del tempo e degli uomini, sinistramente occhieggianti dalle feritoie slabbrate. Un sentimento religioso ci investe, come di chi entra in un tempio; e del tempio è l’atmosfera raccolta, silenziosa, sublimatrice di sensi. Ma le mura smantellate, la vecchia torre scarnita e mutilata, le umili abitazioni dei servi della gleba, parlano un linguaggio di secoli e hanno il fascino maschio dell’epopea. Ma quali le vicende di queste feudo? Il vegeto vecchietto non digiuno di notizie storiche racconta: “Fu fondato da un Padre Domenico benedettino intorno al 1030 per offrire un asilo alle popolazioni perseguitate dalle truppe di passaggio. Qui si rifugiò la gente di Civitella, paese sito a circa sette km più ad Est, e sul feudo estesero la loro dominazione prima i Normanni, poi gli Svevi. Distrutto intorno al 1400 dal Conte Giacomo Cantelmo, gli abitanti si sbandarono. Una parte tornarono a Civitella, altri fondarono la vicina Villetta.” Incoraggiato dalla nostra attenzione, il simpatico Cicerone prosegue: “Qui tutto parla di un turbinoso passato. Durante la costruzione della strada che conduce alla Camosciara, sono emersi molti scheletri, resti di giovani a giudicare dalla perfetta dentatura, chissà, forse guerrieri. Fu trovata anche una lapide con una iscrizione commemorativa di un fatto di armi di Caio Mario”. La breve storia narrata di faccia alla Camosciara urlante nello scroscìo dei suoi torrenti, al cospetto dei giganti orografici, tra desolate sopravvivenze di rovine, acquista tonalità epiche. Quei ruderi vivevano, sembravano in ascolto. …L’albergo, qui? – pensavo. – Ma non c’è più posto? Quod di omen avertant! E andavo borbottando non so quali invettive contro la profanatrice invadenza degli uomini, contro la deprecabile incuria per gli eterni valori dello spirito.

(Mario Rossi, corrispondente da Civitella)

 


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