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La Chiesa di San Donato a Castelli

Una visita a Castelli non può prescindere dalla chiesetta di San Donato, preziosa per i due cieli cioè il soffitto a due spioventi in mattoni maiolicati del XVIXVII secolo. Ai due straordinari cieli ora se ne è aggiunto un terzo: 258 mattoni maiolicati che ripropongono nella struttura il soffitto della chiesa di San Donato, ma nei temi sono espressione dell’epoca, anno 1954, in cui sono stati realizzati.

La mostra ‘Il Terzo cielo di Castelli‘ fu inaugurata il 14 novembre del 2011 ospitata in una location particolare: la sala a pianterreno della nuova sede dell’Archivio di Stato di Teramo, ex convento, ex carcere di Sant’Agostino, ora Archivio. Un edificio monumentale straordinario di per sé, recuperato con saggi interventi che ne evidenziano tutta la bellezza e ora impreziosito da quei ‘mattoni’ dipinti che hanno una storia particolare. Nel 1954 la Scuola d’arte ‘Francesco Grue’ di Castelli venne invitata a partecipare alla X Triennale dell’Artigianato a Milano, insieme ad altre Scuole d’arte italiane anch’esse in sedi disagiate, dislocate in centri minori della penisola, con lo scopo di promuovere rapporti sempre più efficaci tra la scuola e il mondo esterno artistico, artigianale ed industriale, nello spirito di ricerca e di rinnovamento complessivo. La direzione della Triennale, direttamente, incaricò la Scuola di Castelli di eseguire un lavoro con la finalità di interpretare i due antichi soffitti castellani della chiesa di San Donato.

 

 

L’opera realizzata in tempi strettissimi, grazie all’impegno del direttore della Scuola, Guerrino Tramonti, dei professori Arrigo Visani e Serafino Mattucci, e al coinvolgimento degli allievi, fu presentata alla Triennale ed ebbe una risonanza tale che fruttò il Diploma d’onore. Dopo l’ esposizione milanese il moderno soffitto venne trasferito presso l’Istituto d’arte di Porta Romana a Firenze, per una esposizione permanente e poi inspiegabilmente…dimenticato quasi nella sua interezza( 360 erano i ‘mattoni’ in origine) nel sottotetto dell’Istituto. Grazie alla determinazione del Comitato per le mostre della Ceramica di Castelli, seguendo le dritte della dott.ssa Ilaria Materazzo, oggi possiamo ammirare questo autentico capolavoro, affascinante mix di antico e moderno nel particolare rincorrersi di richiami e nell’armonioso tripudio di colori. L’omaggio alle due più antiche esecuzioni si percepisce oltre che nell’essenza corale dell’opera anche in alcune scelte iconografiche; innumerevoli sono infatti volti, i motivi vegetali, gli animali e le iscrizioni, aggiornate però sulla scia di una poetica nuova. Alle affinità si alternano sostanziali differenze tra le quali è percepibile immediatamente quella della scelta cromatica. La tipica tavolozza dello stile compendiario, nell’opera del Novecento cede il passo a contrasti più forti ed incisivi; il caratteristico smalto che nell’antico impianto del XVII secolo costituiva totalmente la base su cui si stagliano le decorazioni, è ora spesso trascurato.

 

 

I motivi vengono giocati al di sopra di un’alternanza di sfondi alle volte scuri, altre colorati e solo alcune volte, bianchi. Non c’è l’intento di tendere ad una fedele riproposizione della natura, quanto piuttosto di giocare con essa e con le sue mille possibili sfaccettature. Si avvertono le suggestioni dell’arte contemporanea: le sembianze umane, ad esempio, richiamano la resa figurativa di Picasso e, d’altra parte l’opera è stata ideata non da artigiani ma da artisti-docenti con un ricca e personale formazione culturale. Il soffitto è un lavoro corale, ma gli allievi hanno lavorato, come nelle botteghe antiche sul disegno del magister, per realizzare ciò che la sensibilità dei tre maesti della ceramica imponeva. Essi, pur mantenendo le personali peculiarità stilistico-iconografiche lasciano trasparire reciproche ed interessanti influenze: soprattutto l’uso delle tinte accese dà unitarietà all’opera e rende possibile la percezione di un’immagine nella sua globalità armonicamente composta ed affine al gusto contemporaneo. Mattucci, Visani e Tramonti , artisti consapevoli del significato del semplice segno decorativo nell’ambito dell’artigianato ceramico, al fine di svecchiare la produzione dell’artigianato locale hanno cercato di portare a Castelli un repertorio di immagini nuovo e, allo stesso tempo mantenendo intatta l’essenza decorativa in un’opera corale, rimasta volutamente anonima, hanno rinnovato anche il legame con la tradizione dell’artigianato artistico

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Informazioni su Marco Maccaroni 961 articoli
Classe 1956, perito elettronico industriale, ho conseguito attestati riconosciuti per attività su reti cablate LAN presso la IBM Italia. Ho svolto la mia attività lavorativa c/o Roma Capitale sino al 2020. Autore, nel 2014, del sito Abruzzo Vivo.

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