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L’orso bruno Marsicano

L’ORSO MARSICANO

Sulle montagne dell’Appennino centrale vive un orso unico e raro, l’Orso bruno marsicano (Ursus arctos marsicanus). È un grosso mammifero: ha testa voluminosa, orecchie arrotondate, corpo tozzo, una piccola coda e una folta pelliccia. L’altezza dell’Orso da terra fino alla spalla è di circa 1 – 1,2 metri mentre in piedi supera i 2 metri. L’Orso bruno marsicano si ciba di tutto ciò che è disponibile in natura, con frutti selvatici (per esempio ghiande, faggiole e frutti di rosa canina), erbe e in piccola parte animali. Gli uomini non rientrano nella sua dieta né nei suoi interessi! L’Orso evita l’incontro con l’uomo, ne percepisce la presenza grazie al suo olfatto sviluppato e se ne tiene a dovuta distanza. In inverno l’Orso trova una tana e vi resta in una sorta di sonno profondo. È in questo periodo che le femmine partoriscono da uno a tre piccoli che rimangono con loro per i primi 2-3 anni, esplorando il territorio alla ricerca di cibo e imparando a sfuggire ai pericoli.

 

 

LE SUE TRACCE

È molto raro incontrare l’Orso bruno marsicano, per questo è importantissimo per i ricercatori riconoscere i segni del suo passaggio come orme, escrementi e ciuffi di pelo. Le orme dell’Orso sono inconfondibili: come tutti i plantigradi, lascia il calco della pianta estesa del piede, delle cinque dita e delle unghie. L’orma posteriore, più grande, ricorda nella forma quella di un piede umano ed è mediamente larga 12 cm e lunga 18 cm. L’orma anteriore invece è mediamente larga 13 cm e lunga 12 cm. Gli escrementi hanno forma variabile, sono generalmente grandi e contengono materiale grossolanamente digerito come parti di frutti, semi, erba e resti di insetti che conferiscono un odore gradevole (mosto o frutta). I peli, che si possono trovare impigliati nei fili spinati delle recinzioni, sono sottili, lunghi circa 7-12 cm, leggermente ondulati e di colore variabile da marrone a nero o anche molto chiari. I peli e gli escrementi rappresentano i segni di presenza più preziosi per i ricercatori perchè contengono tracce di DNA che, attraverso l’analisi genetica, consentono di individuare l’animale che li ha lasciati, una sorta di Carta d’Identità di ogni esemplare.

 

 

MINACCE PER LA SUA SOPRAVVIVENZA

L’Orso bruno marsicano è una specie classificata in pericolo critico di estinzione; la stima più recente della popolazione, effettuata nel 2014, è di circa 50 individui nell’area di presenza stabile della popolazione, cioè nel Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise (PNALM) e aree limitrofe. Per evitare l’estinzione di questa piccola popolazione a partire dal 2011 è stato avviato un Piano d’Azione nazionale per la Tutela dell’Orso bruno Marsicano, il PATOM, che coinvolge direttamente anche la Regione Lazio. Il PATOM ha individuato alcune priorità tra cui la necessità di garantire la crescita della popolazione dell’Orso bruno marsicano attraverso l’espansione dell’area di presenza e la riduzione della mortalità: dal 1970 al 2014, infatti, sono stati rinvenuti circa 2-3 orsi deceduti all’anno ed è stato accertato che nel 72% dei casi la morte è stata causata soprattutto dal bracconaggio e da altri eventi legati direttamente o indirettamente all’uomo, per esempio gli investimentistradali o le infezioni trasmesse dal bestiame.

 

ESTRATTO DAL NOTIZIARIO DEL PARCO NAZIONALE D’ABRUZZO – 2022

 

A firma di Luciano GAMMARONE

Così come il 2020 era stato indiscutibilmente l’anno di Amarena e dei suoi 4 fantastici cuccioli, il 2021 è stato l’anno di M20, a tutti noto come Juan Carrito, l’orso a cui abbiamo dato un nome spagnoleggiante, figlio di Amarena, che in realtà altro non è che uno dei tanti orsi che più di altri ci ha messo di fronte alle nostre incompiute. Carrito come Amarena infatti ha dimostrato come il territorio che gli orsi frequentano non è ancora a misura d’orso perché sono ancora tante, troppe, le “trappole” in cui li attiriamo, con le conseguenze negative facilmente immaginabili.

Carrito è diventato famoso perché nel giro di poche settimane è passato dall’essere un “tenero cucciolo figlio di Amarena” a un potenziale pericolo che in qualunque ora del giorno e della notte frequentava centri abitati, sia urbani che rurali, predava polli e galline, mangiava in orti e su piante da frutto, soprattutto in aree non preparate alla sua presenza, prive di misure di prevenzione e protezione, subendo tutto lo stress di un rapporto “malato” con l’uomo, da cui aveva imparato a non avere paura nelle lunghe settimane in cui, l’anno precedente, era stato letteralmente assediato insieme alla madre e ai 3 fratelli. E chissà cosa deve aver pensato quando al posto delle centinaia di curiosi festanti, muniti “solo” (si fa per dire) di attrezzi che facevano click, è passato ad altri esseri, con le stesse caratteristiche, meno numerosi, che lo allontanano dai posti dove poteva andare a mangiare e il cui attrezzo più spesso faceva un bang associato anche ad un fastidioso dolore. La dolorosa cura lo aveva però reso più schivo, meno abitudinario e soprattutto notturno, così da stare più lontano dall’uomo.

Chissà se fra sé e sé si sarà detto “strani davvero questi esseri viventi che prima ti applaudono e poi ti scacciano” e che addirittura gli hanno dato la caccia anche quando ha iniziato a usare cibo abbondonato in contenitori di vari colori. Chissà se davvero un giovane e inesperto orso maschio, nel suo girovagare su un territorio molto vasto, ha davvero potuto metabolizzare le stranezze del rapporto con la nostra specie, che pensa di dettare regole a tutto e tutti, tranne che a sé stessa, e quando lo fa, ovviamente, spesso trova il modo di derogare. Ma se tutti questi discorsi non possiamo davvero pensare che li abbia fatti un giovane orso, seppur più sfacciato dei suoi parenti e alla scoperta del mondo, non possiamo non farli noi, che verso quella, ed altre specie, abbiamo tante responsabilità, a iniziare da quella di ridurre le nostre incongruenze, come quella di buttare grandi quantità di cibo e non gestirlo adeguatamente, lasciandolo a disposizione in luoghi e spazi inadeguati.
Oppure quella di documentarci prima di raccontare storie farlocche, insensate e prive di fondamento, con l’unico scopo di vendere qualcosa o di ottenere qualche like in più.

La storia di Carrito, raccontata fin qui in modo attento e puntuale dal nostro Parco, è ancora tutta da scrivere. Quella che abbiamo vissuto può essere considerata una grande sfida, se valutata nel contesto dei pareri di tanti esperti internazionali con cui ci siamo confrontati più volte, e che lo consideravano “perso” già a settembre 2021. Un insieme di azioni, certamente imperfette e migliorabili, ma i cui risultati stiamo toccando con mano in queste settimane della prima vera stagione in cui il nostro Carrito sta vivendo da orso, all’interno del Parco, consapevole dei propri mezzi, libero di girare sul territorio, seguito e monitorato. L’incognita restiamo noi, con le nostre incompiute, frutto della complessità del nostro vivere e di pratiche non sempre sostenibili, che dobbiamo migliorare per meritare di essere all’altezza dei nostri coinquilini. In aggiunta alla Carrito’s story, il 2021 è stato un anno molto impegnativo sul fronte del monitoraggio della popolazione, che ci ha visti impegnati nella raccolta di dati e informazioni su tutto l’areale delle due reti di monitoraggio, quella del Lazio da un lato e quella Abruzzo e Molise dall’altro.

Un lavoro impegnativo e meraviglioso di cui troverete i dettagli nelle pagine dedicate e di cui penso sia opportuno dare un dato: almeno 54 genotipi sono stati individuati e classificati nell’area esterna a quella del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e della sua Area Contigua, in un territorio che va dai Sibillini al Matese, dalla Maiella ai Simbruini-Ernici. È un dato particolarmente significativo che racconta intanto di come il lavoro coordinato, che richiede uno sforzo enorme per mettere insieme tanti enti, dia risultati concreti. Ma dice anche che la popolazione di orso marsicano, grazie a 100 anni di conservazione, ce la sta mettendo tutta per dare concretezza all’ipotesi di occupare i tanti spazi potenzialmente idonei che ci sono nel nostro Appennino. I dati genetici raccontano degli spostamenti dei vari soggetti, anche di femmine con cuccioli dell’anno, e confermano uno degli aspetti forse più delicati del nostro orso: ha bisogno di tanto spazio e che lo spazio deve essere adeguato e a misura d’orso. Esattamente quello che ha raccontato la storia di Carrito. E verso tutto questo deve andare il nostro impegno.

 

NATURA PROTETTA 2022

 

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Informazioni su Marco Maccaroni 959 articoli
Classe 1956, perito elettronico industriale, ho conseguito attestati riconosciuti per attività su reti cablate LAN presso la IBM Italia. Ho svolto la mia attività lavorativa c/o Roma Capitale sino al 2020. Autore, nel 2014, del sito Abruzzo Vivo.

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