La cucina abruzzese vince a Masterchef

Massimiliano-Di-Matteo La cucina abruzzese vince a Masterchef

Massimiliano Di Matteo

Il vincitore di Masterchef Israele Massimiliano Di Matteo ha dedicato la sua vittoria all’Italia. E in fondo ha portato con se’ in ogni sfida, settimana dopo settimana, il suo amore per la regione adottiva, l’Abruzzo. Massimiliano Di Matteo, chef italiano e globetrotter (che sabato 17 ottobre parteciperà, con un videomessaggio, alla serata Next di RepIdee Pescara) ha vinto lo scorso primo settembre l’edizione di Masterchef Israele. E dopo appena pochi mesi dal suo arrivo a Tel Aviv. Nato in Svizzera da genitori italiani, Massimiliano si è trasferito a Montesilvano sin dall’età di nove anni. Ha girato il mondo: Miami Beach, Città del Messico, New York, dove è rimasto per diciassette anni lavorando in vari ristoranti. Poi il suo arrivo in Israele con moglie e tre figli al seguito.

La storia di Massimiliano fa rima con la buona tavola e con la sacralità del cibo inteso come azione collettiva che lega famiglia e comunità. “Da bambino guardavo mia mamma e mia nonna mentre cucinavano insieme alle altre signore del vicinato. Sentivo l’importanza che veniva data al cibo, a quello tradizionale e mi ha sempre incuriosito vedere sin dal primo mattino le mamme del mio vicinato preoccuparsi come prima cosa del pranzo. Le vedevo andare nell’orto a raccogliere gli ortaggi che sarebbero serviti per pranzo”.  Dai fornelli alle tavole da allestire e servire.

“Ho iniziato a lavorare come cameriere nel periodo estivo in un ristorante a conduzione familiare. Assistevo alla preparazione dei piatti e provavo a replicarli a casa. Poi il trasferimento negli Stati Uniti. “Mi sono reso conto subito di quanto era stato importante imparare a cucinare in casa sin da piccolino”.

In America Massimiliano ha preparato centinaia di piatti abruzzesi, con uno scambio continuo di sapori e culture. “I pranzi domenicali con la tribù di amici hanno in qualche modo reso meno dolorosa la lontananza della famiglia e del rito domenicale a tavola, ricorda Di Matteo, che in America ha scoperto la cucina chiamata fusion. “Mi ha appassionato tantissimo, ma gli chef americani erano molto diversi dai ristoratori italiani che avevo conosciuto: non mi era permesso di entrare in cucina e neppure fare domande su cibo e loro preparazione. E poi non parlavo ancora l’inglese”.

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Poi però l’inglese lo ha imparato girando il mondo. E dal mondo ha preso tanti stimoli anche per i suoi piatti…
“Di sicuro i miei viaggi e le mie permanenze in diversi Paesi hanno dato una svolta alla mia conoscenza per quanto riguarda il cibo. Vivere in una città cosmopolita come New York City mi ha dato la possibilità di accedere a tutti questi piatti provenienti dalle varie parti del mondo, tutti a portata di mano ed accessibili economicamente”.

Cosa ha rappresentato l’approdo in Israele?
“Sono arrivato venti mesi fa e ho iniziato quasi subito a studiare l’ ebraico: vi assicuro che è più difficile di quanto si potrebbe pensare. Ho subito pensato di aprire un ristorantino con pochi tavoli, ma il vero problema è che non conoscevo nessuno. Così mia moglie Yonit mi ha detto: ‘Perché non partecipi a Master Chef?’. E così  un pomeriggio ho compilato l’applicazione per partecipare al programma. A tutti ho detto che avrei aperto il mio ristorantino”.

Cos’è che ha colpito giuria e opinione pubblica?
“Il mio cibo italiano era ben diverso da quello che abitualmente conoscevano, si percepiva una novità nei miei piatti”.

Come è stata l’esperienza?
“Appena iniziate le riprese mi sono sentito subito un pesce fuor d’ acqua. Tutto o quasi era scritto in ebraico, le missioni erano spiegate in ebraico e tradotte in inglese per me e quando si entrava nel magazzino degli ingredienti mi perdevo, non conoscendo molti prodotti o spezie locali. Così all’inizio ho puntato su pietanze che conoscevo bene, ovvero i piatti che ho imparato da mia mamma. Ci sono stati molti alti e bassi e più volte sono stato mandato in eliminazione”.

Il momento più emozionante?
“Quando ho preparato un filetto impanato e poi affumicato con erbe aromatiche, accompagnato da un piatto povero chiamato Granit che mia nonna Alessandrina ci preparava d’ inverno. Assomiglia ad una polenta, ma è fatta di farina bianca a grani e servita con un soffritto di fave e cipolla. I giudici sono rimasti senza parole e hanno deciso di mandarmi in semifinale”.

Com’è la vita in Israele?
“Posso dire che si vive una vita a metà tra quella italiana ed europea in generale e quella che ho vissuto a New York. La diaspora proveniente da tutte le parti del mondo ha portato con se’ la propria cultura culinaria, e questa contaminazione si assapora per strada specialmente a Tel Aviv, dove si respira un’aria quasi simile a quella della Grande Mela: ambiente internazionale che pullula di turisti, spirito di intraprendenza come non ho visto da nessuna parte, giovani che amano viaggiare e come noi italiani non dimenticano mai le loro radici e prima o poi tornano a casa. Israele è un punto di incontro di cucine provenienti da tutto il nord Africa, Medio-Oriente, Est-Europa ed europea ed a mia sorpresa anche dall’India. A volte questa cucina mi fa pensare alla Sicilia, alla Puglia e alla Sardegna. In fin dei conti il Mediterraneo ci accomuna”.

Cosa pensa della sua cucina abruzzese che ha portato nel mondo?
“Penso sia essenziale la conoscenza e il tramandare le tradizioni gastronomiche. E poi la genuinità dei nostri prodotti ci permette di far apprezzare ancora oggi nel 2015 la cucina povera, una cucina che ci contraddistingue”.

Qual è la formula dell’innovazione a tavola?
“I vecchi metodi non devono andare perduti ed è fondamentale tramandarli. Però allo stesso tempo credo nei nuovi metodi di preparazione o di cottura che possono migliorare il risultato finale. Non alterarlo, ma migliorarlo”.

Innovazione a tavola sta per?
“Certamente non sta per sostituzione con prodotti fast-food che non rispettano gli standard della nostra cucina italiana! E’ scoraggiante vedere intere famiglie fare la fila la domenica davanti alle catene americane con i ristorantini a conduzione familiare che sono costretti a chiudere i battenti! Questo non significa innovarsi, ma impoverirsi”.

Credits: La Repubblica

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