La grotta di Santa Maria Interfoci


    Letture 2844

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Da L’araldo Abruzzese N 34/ 6 nov 2011

Il mistero della grotta
Identificato un eremo benedettino considerato perduto
di Carla Tarquini.

Camminare lungo le vallate e lungo i pendii delle nostre montagne per conoscerle e scoprirne le bellezze nascoste è un esercizio molto affascinante . E camminare in luoghi impervi e difficilmente accessibili alla scoperta delle attrattive naturalistiche e dei segni lasciati dagli uomini attraverso i secoli è doppiamente affascinante. Questo per lo meno mi pare di aver capito nel corso di una lunga conversazione avuta con Ennio Marinari, uno dei tanti appassionati cultori delle nostre montagne. Un grande ”camminatore”, come ama definirsi, che unisce all’amore per la Matematica (è stato docente di questa materia all’ITC “V. Comi” e al Liceo Classico di Teramo) e all’amore per la montagna anche un profondo interesse per la storia del nostro territorio. Soprattutto di quella legata ai Monti Gemelli – la Montagna di Campli (1718 m) e la Montagna dei Fiori (1814 m) – e alla vallata del Salinello.

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E proprio qui, nella vallata del Salinello, trenta anni fa Ennio Marinari si era messo alla ricerca degli eremi benedettini citati dal grande storico teramano Niccola Palma, autore della fondamentale Storia ecclesiastica e civile della regione più settentrionale del regno di Napoli (1832-1836). Ne identificò alcuni, tra cui il dimenticato Sant’Angelo in Volturino, l’Archicenobio da cui dipendevano tutti gli altri eremi della zona, situato sul versante occidentale della Montagna dei Fiori a 1300 metri di altitudine, e poi di S. Francesco alle Scalelle, Santa Maddalena, S. Maria Scalena, S. Marco sulla Montagna di Campli oltre naturalmente il noto Sant’Angelo di Ripe. La sua attenzione fu però attirata da una grotta “non distante dal castello di Manfrino, sotto il sentiero Macchia-Ripe, vicino al Fosso del Lago” che aveva apparentemente tutte le caratteristiche dell’eremo ma non era riconosciuta come tale. Né del resto il termine dialettale usato da un pastore di passaggio per la grotta sembrava avere alcuna attinenza con i nomi degli eremi storici. L’episodio fu dimenticato ed è tornato in mente ad Ennio Marinari solo recentemente in seguito alla lettura dei saggi, Macchia e il suo territorio di Narciso Galiè e Gabriele Vecchioni e Contributo per una ricostruzione del quadro insediativo dall’età romana al medioevo di Andrea Straffa (in D.A.T., vol III, La valle dell’alto Vomano ed i Monti della Laga).

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Nei due saggi , tra tante altre cose interessanti, si dice anche che dell’eremo benedettino di Santa Maria Interfoci nella vallata del Salinello si sono perse le tracce. Si tratta di un particolare apparentemente insignificante che però è servito a riaccendere in Ennio Marinari il ricordo dell’antica scoperta e a ipotizzare la soluzione del problema. Occorreva per questo riprendere in mano le fonti storiche e verificare se la grotta esistesse ancora. Non è stato facile, ha raccontato Marinari, perché nel frattempo la vegetazione aveva invaso e sommerso ogni cosa. Ha dovuto perciò munirsi di cesoie e farsi strada tra le sterpaglie. Ma la grotta di Santa Maria Interfoci era proprio lì dove la ricordava e tutto corrispondeva alla descrizione che ne aveva fatto lo storico Niccola Palma. Abbastanza ben conservata, aveva ancora il pavimento cosparso di frammenti ceramici simili a quelli ritrovati nella Grotta di Sant’Angelo di Ripe di Civitella, ora diventata Museo. La scoperta è particolarmente interessante perché aggiunge un tassello alle conoscenze di una zona, compresa tra la provincia di Teramo e di Ascoli Piceno, che aspira a diventare un polo di attrazione importante per un turismo naturalistico e storico-culturale insieme. Il fenomeno degli eremi benedettini della vallata del Salinello, legato al monachesimo di derivazione medio-orientale e fiorito soprattutto tra il XII e il XIII secolo, può considerarsi concluso già nella seconda metà del XV secolo.

Credits: http://www.webalice.it/ennio_marinari/ – Carla Tarquini

 


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