Terremoto del 6 aprile 2009. L’Abruzzo tradito ancora una volta

LapresseFo_64132599 Terremoto del 6 aprile 2009. L'Abruzzo tradito ancora una volta

Foto LaPresse

L’Aquila dieci anni dopo

Aquila – Dieci anni dopo, una porta si apre ancora su un soggiorno, coperto di macerie. E un mobiletto da bagno resiste su un brandello di muro. Dieci anni dopo, superate altre transenne, si torna indietro alla notte del 6 aprile 2009. A quella devastante scossa, che alle 3.32 schiacciò 309 vite, lasciò 80mila persone senza casa e rase al suo interi borghi dell’Abruzzo. Dieci anni dopo, il ritorno a L’Aquila è un viaggio in un’emergenza ancora aperta e in una ricostruzione a velocità diverse. Da un lato quella privata, dall’ altro quella pubblica; da un lato il centro storico, dall’altro vicoli e frazioni. Così palazzi restaurati, splendidi nei loro ritrovati decori barocchi, convivono con edifici, ancora ingabbiati in corazze di tubi, o con case, ancora pregne delle loro macerie. E 6.300 persone ancora vivono nelle casette d’emergenza e il centro fatica a ritrovare la sua anima. Dieci anni dopo.

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Onna e le frazioni

Onna e le frazioniAd Onna, le macerie di 10 anni fa sono ancora quasi tutte qui. In questo borgo, raso al suolo dal terremoto, la ricostruzione è per ora solo una via. E il futuro non sta tanto nei bracci delle poche gru in azione, quanto nei banchi dell’asilo, che tutti sono mobilitati a difendere dal rischio chiusura. Perché «altrimenti- sospira Antonella Foresta – ci resta solo il dolore».
Il dolore delle case diroccate, delle macerie ancora ferme e del piccolo cippo funerario lasciato nel vuoto di un’abitazione demolita, a ricordare a tutti i 40 morti, su 350 abitanti.
Seduta davanti alla sua casetta provvisoria, un’anziana fissa quel che resta della vecchia frazione e denuncia: «È il colmo che non siano stati ancora approvati neanche i progetti». È stata invece ricostruita, col supporto della Germania, la chiesetta del paese. Ma anche in altre frazioni de L’Aquila, da Paganica, a San Gregorio, a Bazzano, non sembrano passati due lustri:
la ricostruzione procede con lentezza, così Lucia e Cristina vivono ancora in quelle che qui chiamano «le casette di Berlusconi», le residenze d’emergenza. «Ma da quando è andata via la protezione civile – denuncia la giovane parrucchiera- siamo abbandonati. Ci sono infiltrazioni, immondizia, topi, ma a nessuno importa». Ognuno ormai, dopo il terremoto, sembra vivere chiuso nel suo piccolo circuito. E intorno a L’Aquila si è creata come una galassia di piccoli nuclei sparsi. Che al massimo si ricompongono in qualche centro commerciale, mentre nel centro si raccolgono firme contro l’apertura di una nuova area periferica di vendite.

Il Sole 24 OreLeggi tutto

 

Onna

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