Castelli, ai piedi del Gran Sasso

Castelli, ai piedi del Gran Sasso - Borghi Territorio

Un pugno di case arroccate sullo strapiombo inaccessibile che lo circonda da tre lati, facilmente difendibile nella parte residua che lo lega alla montagna: un castello, appunto, dove per ragioni di sicurezza si concentrarono in epoca carolingia gli sparsi abitanti dei dintorni, da allora divenuti ‘castellani’. La Storia Castelli sorge ai piedi del Gran Sasso a 500 m. s.l.m., in posizione apicale alla vallata del Vomano, è uno dei paesi più antichi e dell’Appennino teramano. Già nota prima dell’espansione romana nei territori dei “popoli italici”, Castelli ha la sua storia scritta nei toponimi della zona e nella tradizione popolare che la vuole abitata dai siculi, da cui Valle Siciliana, e da altre popolazioni. Nel periodo romano il paese con tutto il territorio entrò a far parte dell’ager atrianus, in sostanza alle dipendenze di Atri, che in Abruzzo era la città più fedele a Roma. Alla caduta dell’Impero romano d’occidente, come tutte le popolazioni italiane più esposte ai saccheggi e alle invasioni, anche le popolazioni abruzzesi si rifugiarono sulle montagne. Gli abitanti della vallata, in particolare dividendosi in gruppi, occuparono i poggi più alti e scoscesi dei monti dell’Appennino circondati dai boschi. Da qui il vecchio toponimo “Li Castelli” la cui memoria è oggi testimoniata dallo stemma comunale formato da tre torri su un castello aperto. Con il monastero si San Salvatore inizia la fase benedettina della storia castellana e, in genere, dell’intera vallata del Vomano.Con la loro presenza i monaci rianimarono le sparse popolazioni attraverso la preghiera, la cura dei boschi, il valore della cultura, l’uso della’argilla per la costruzione di utensili domestici.. Con il tempo venne fuori una società diversa da quella agro- pastorale, più dimanica sul piano sociale ed economico, con una complessa organizzazione maschile e femminile. Nel corso del medioevo il paese è politicamente registrato all’interno della contea della famiglia dei de Pagliara. Nel 1340 Castelli, la contea di Pagliara e la Valle Siciliana passarono alle dipendenze della famiglia romana degli Orsini a causa del matrimonio contratto tra la figlia del conte Gualtieri e il barone Napoleone Orsini. Un dominio feudale politicamente contrastato per i riflessi, che le guerre tra Francia e Spagna per la supremazia in Italia, ebbero in Abruzzo e più in generale nel Regno di Napoli. In pochi anni la vallata passò, prima, nelle mani del Conte Francesco Riccardi di Ortona, più vicino al re Ladislao, poi in quelle di Antonello Petrucci dei Conti di Aversa per tornare, poi, col titolo di baronia, nel 1500, nuovamente sotto gli Orsini nella persona Camillo Pardo. Nel 1524 , dopo la definitiva sconfitta francese, gli Orsini perdettero la baronia che andò al duca di Sessa. Nel 1526, Carlo V, oramia riconosciuto l’incontrastato imperatore del sacro romano Impero, dopo averla elevata al rango di marchesato, la concesse, come ricompensa ai servizi resi nella battaglia di Pavia, al generale Ferrante Alarçon y Mendoza e ai suoi eredi. Castelli così entrò a far parte del marchesato della Valle Siciliana e vi restò fino all’eversione della feudalità. Sotto gli spagnoli castelli si aprì al commercio italiano ed europeo.

Riepilogo …

■ 1200-800 a.C., l’intera area sud-est dell’Abruzzo teramano è probabilmente abitata da siculi (motivo per cui è tuttora chiamata Valle Siciliana) diretti dall’Europa del nord-est verso l’Italia meridionale, poi rimpiazzati da popolazioni umbre.

■ IX-X sec., Castelli sorge in età carolingia con il fenomeno dell’incastellamento: nel borgo si raccolgono le popolazioni degli abitati vicini, che vi trovano migliore difesa e abbondanti risorse: estese vene di argilla, immensi boschi di faggio, acque limpide. Il villaggio cresce e diventa feudo dei Conti di Pagliara. Intorno al Mille si insediano i monaci benedettini nella Badia di San Salvatore, costruita alle falde del bosco che sovrasta Castelli.

■ 1117, Papa Pasquale II, in fuga dall’Imperatore Arrigo V, trova ospitalità presso la Badia di San Salvatore.

■ 1340, il borgo è feudo degli Orsini.

■ 1526, per volere di Carlo V passa sotto il marchesato dei Mendoza y Alarçon, Grandi di Spagna, che rimangono feudatari della Valle Siciliana fino alla caduta del feudalesimo.

■ 1540, nasce, in Castelli, Silvio Antoniano, che diventerà cardinale e precettore di San Carlo Borromeo.

■ 1716, scoppia una rivolta contro il marchese Ferdinando Paolo Mendoza che si era appropriato di una tassa imposta dall’Università di Castelli sulla produzione di maioliche.

■ 1834, una frana fa crollare la Chiesa di San Pietro e molte delle case vicine, allineate sul ciglio del precipizio sul torrente Leomogna.

■ 1915, il terremoto di Avezzano lesiona le case rimaste in piedi sul precipizio, che vengono abbattute. A protezione, da future frane, viene eretto nel 1926 il muraglione che costituisce oggi il Belvedere.

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La Cappella Sistina della maiolica italiana

Tra montagne innevate e vasti boschi, abbarbicato alla roccia, sorge Castelli, base di partenza per le ascensioni al Gran Sasso e noto per la produzione di maioliche dipinte, iniziata forse con i monaci benedettini (una teoria non confermata dà il merito addirittura agli Etruschi). L’abitato più antico di Castelli converge, con le sue vecchie stradine, verso la piazza centrale, su cui si affacciano il Comune e la Parrocchiale di San Giovanni Battista con la sua monumentale scalinata in pietra bianca e le due imponenti colonne laterali. Edificata alla fine del Cinquecento, la chiesa conserva al suo interno la Cappella della Santa Croce, realizzata nel 1601 dai figli di Orazio Pompei su sua disposizione testamentaria. Sull’altare di San Michele è collocata una cornice formata da 29 piastrelle maiolicate del 1617 con Santi e Profeti, attribuita alla famiglia Cappelletti. Sull’altare di Santa Maria Maddalena, una bella pala d’altare raffigurante la Traslazione della Santa Casa, è incorniciata da formelle in maiolica di Francesco Grue (1647). Da vedere anche le due formelle ex voto di Silvio De Martinis ai lati dell’altare di Sant’Eusanio e, soprattutto, il gruppo ligneo della Sant’Anna risalente al XII secolo e i resti del pluteo romanico provenienti dall’antichissima Badia di San Salvatore, crollata nell’Ottocento e ora soggetta a scavi archeologici. Dal Belvedere della piazza principale, lo splendido profilo del Gran Sasso appare alla vista come la testa appoggiata di un gigante dormiente. Dalla stessa piazza si dipartono quattro strade verso il quartiere della Portella, nel Cinquecento di proprietà della famiglia Pompei, dove si trova la Casa di Orazio Pompei e dei suoi discendenti, segnata dalla scritta sull’architrave di una finestra Haec est domus Oratii figuli 1562, “questa è la casa di Orazio vasaio”. Sono conservate anche le case delle altre famiglie di ceramisti, i Grue, gli Olivieri, i Pompei-Mattucci, i Natanni, i Fuschi, i Cornacchia e, fuori del centro storico, quella dei Rosa. Su un’altura poco distante dal centro abitato sorge la Chiesa di San Donato, edificata agli inizi del Seicento ampliando una preesistente “cona” (piccola chiesa di campagna). Fu Carlo Levi nel 1963 a definirla “la Cappella Sistina della maiolica” per il meraviglioso soffitto maiolicato, unico in Italia, realizzato tra il 1615 e il 1617 con la corale partecipazione di tutti i ceramisti castellani, i quali, animati da un grande devozione, dipinsero in totale libertà espressiva: i mattoni rappresentano santi, rosoni, simboli araldici, animali, decorazioni geometriche, ritratti e invocazioni alla Madonna. Degna di nota, inoltre, è la Chiesa di San Rocco, detta anche della Cona, ricostruita nel 1948 dopo l’abbattimento della struttura antica per aprire la strada di collegamento verso la montagna. Conserva un bel portale in pietra e un affresco di Andrea De Litio (secolo XV) raffigurante la Madonna che, secondo la tradizione, fu vista lacrimare. Non si può lasciare Castelli senza aver visitato il Museo delle Ceramiche, ospitato nel convento francescano dei Frati Minori Osservanti, ampliato alla fine del Seicento quando fu costruita la nuova chiesa dedicata a Santa Maria di Costantinopoli (1693) e fu affrescato il chiostro con uno splendido ciclo di autore ignoto, rappresentante scene della Vita della Madonna (1712).

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I prodotti tipici

Rimasto come addormentato per secoli fra le braccia del Monte Camicia, circondato dai calanchi d’argilla, dal punto di vista folkloristico Castelli rappresenta un territorio eccezionalmente fertile e per certi aspetti inesplorato. L’antica arte dei ceramisti, seppur naturalmente rinnovatasi con nuove tecniche , rivive nella gestualità dei moderni artigiani, nella loro arcaica parlata e nelle loro botteghe spesso impreziosite da antiche e impolverati manufatti. Metamorfosi sofferta di quei massi d’argilla, gli oggetti in ceramica in questo paese accompagnano fin dall’inizio il ciclo della vita dell’uomo. Durante la celebrazione del Battesimo si utilizzava un grazioso servizio composto da un boccale, un lavamano e una mezzaluna ; la mezzaluna appoggiata dietro la nuca del neonato, tratteneva l’acqua battesimale che altrimenti avrebbe bagnato il corpicino o sarebbe caduta a terra. Il piccolo veniva lavato in una coppa ovale dalle dimensioni di sessanta per quaranta centimetri circa, chiamata la “lava- bambini”.Tipico passatempo ludico dei bambini era un uccellino in terracotta appoggiato sull’orlo di un vasetto riempito d’acqua, soffiando nel quale, con una cannuccia forata, si riproduce il verso degli usignoli. Al suono di questo fischietto i bimbi ancora oggi restano incantati cosicchè è divenuta tradizione per i visitatori riportare da Castelli ai propri figli un fischietto simbolo della fantasia e dell’inventiva castellana. Oggetti dalle dimensioni ridotte come fischietti, pipe, calamai, erano realizzati anche all’interno delle abitazioni stesse, in piccoli forni di cui le antiche case erano munite e nei quali le persone più anziane, che non potevano più scendere in bottega e sottoporsi a lavori faticosi,cocevano oggettini di veloce preparazione. Usato come tramite di messaggi per le tradizioni umane, l’oggetto in ceramica non assolve solo ad una funzione pratica ma anche simbolica e affettiva. Nel caso in cui l’artigiano voleva consolidare rapporti di amicizia o ricambiare simbolicamente un favore ricevuto, era solito regalare il piatto di pizza, decorato interamente con il nome della persona ricevente il dono preceduta a volte dalla “W” di viva; la grande forma e spianata del piatto da “pizza dolce” si confaceva a questa usanza di scrivere per intero e sulla parte centrale il nome di una persona. Un oggetto tipico della produzione artigianale è il “boccale castellano” reso simpaticamente “baffuto” da due pennellate blu dipinte di lato al versatoio. A questa stessa categoria appartiene un altro recipiente caratteristico, adoperato come unità di misura per la vendita dei lupini. Questi piccoli boccali venivano foggiati dai ceramisti castellani in maniera che il loro fondo internamente fosse molto più spesso di quello che appariva a chi osservasse il recipiente dall’esterno; occorrevano quindi solo pochi lupini per riempirne la cavità, a discapito dell’ignaro e malcapitato compratore. Volendo indicare un altro prodotto, oltre alle ceramiche, si pensa subito alla carne, ottima grazie alla lavorazione artigianale: da provare, in particolare, la porchetta e il tacchino “alla canzanese”.

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I piatti tipici

Tra i piatti della ricca cucina castellana vanno ricordati i maltagliati con le voliche (una verdura che cresce oltre i 2000 m), le fregnacce, la virtù (il minestrone con gli avanzi della dispensa), le mazzarelle (involtini di lattuga e interiora di agnello).

I dolci tradizionali sono li cellitte de Sant’Andonie (biscotti con marmellata e mandorle tritate) per la festa di Sant’Antonio Abate e, a Natale, li caggiunitte (ravioli fritti ripieni di un impasto di farina di castagne o di ceci, con mandorle tostate e cioccolato).

 

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Autore: Marco Maccaroni
Letture: 4109 volte
Pubblicato: 19 giugno 2015 nella categoria Borghi Territorio